Quantcast

Da Vedano Olona all’Istituto Pasteur di Parigi: la storia di Valentina Venzin e il sogno di cambiare la ricerca

La ricercatrice dell'Istituto Pasteur di Parigi ha ricevuto negli ultimi mesi quattro importanti riconoscimenti scientifici, ma il suo obiettivo è soprattutto incoraggiare i giovani del Varesotto, e in particolare le ragazze, ad avvicinarsi alla ricerca e alle discipline STEM

Valentina Venzin

«Vorrei che una ragazza di Vedano pensasse: anche io posso fare ricerca scientifica». È questo il messaggio che Valentina Venzin, 31 anni, originaria di Vedano Olona, vorrebbe lasciare ai ragazzi del territorio da cui è partita. Oggi è ricercatrice all’Institut Pasteur di Parigi, uno dei centri di ricerca biomedica più prestigiosi al mondo, dove studia il sistema immunitario e le differenze tra uomini e donne nello sviluppo di alcune malattie.

Negli ultimi mesi ha conquistato tre importanti riconoscimenti internazionali – il premio Acteria per la sua tesi di dottorato, una borsa Marie Skłodowska-Curie Action e una Branco Weiss Fellowship – ai quali si è aggiunto in questi giorni anche il premio della Federazione italiana scienze della vita (FISV) destinato ai migliori giovani ricercatori italiani.

Ma i premi, per lei, sono quasi un dettaglio. Quello che le sta più a cuore è raccontare come una studentessa cresciuta tra Vedano Olona e Tradate sia arrivata a lavorare in uno dei laboratori più importanti d’Europa e, soprattutto, spiegare perché tanti giovani ricercatori siano costretti a lasciare l’Italia.

Da Vedano Olona ai laboratori di Parigi

Il percorso di Valentina Venzin inizia nelle scuole di Vedano Olona e prosegue al liceo Marie Curie di Tradate. Dopo la laurea in Biotecnologie mediche all’Università Statale di Milano e il dottorato al San Raffaele, conclude una ricerca pubblicata su Nature Immunology, una delle riviste scientifiche più autorevoli del settore. Uno studio che ha contribuito a individuare un possibile nuovo approccio terapeutico contro l’epatite B.

Oggi lavora all’Institut Pasteur di Parigi, dove si occupa di immunologia e medicina di genere, cercando di capire perché alcune malattie colpiscano soprattutto le donne.

«Facciamo ricerca sulla gravidanza, sull’allattamento e sulle differenze tra uomini e donne. Cerchiamo di capire perché alcune patologie colpiscano maggiormente le donne e come queste differenze possano aiutarci a sviluppare nuove terapie – racconta Valentina – Sono temi che per molti anni sono rimasti ai margini della ricerca e che oggi stanno finalmente ricevendo l’attenzione che meritano».

«In Italia si studia benissimo, ma fare ricerca è difficile»

La scelta di trasferirsi in Francia non è stata soltanto professionale. È stata anche la conseguenza di un sistema che, secondo la ricercatrice, continua a offrire poche prospettive ai giovani.

«L’istruzione italiana è eccellente e all’estero viene riconosciuta. Sono molto riconoscente per la formazione che ho ricevuto. Il problema arriva dopo, quando bisogna entrare nel mondo della ricerca. È lì che diventa tutto molto complicato».

Prima di partire lavorava a Milano con contratti brevi, spesso rinnovati ogni sei mesi. «Non avevo neppure iniziato a versare contributi per la pensione. Solo arrivando in Francia ho avuto un contratto stabile. È triste perché l’Italia forma ricercatori di altissimo livello che “spaccano” veramente ma poi sono costretti ad andare altrove».

Una situazione che conoscono bene molti giovani scienziati italiani e che continua ad alimentare il fenomeno della cosiddetta fuga dei cervelli. Oggi a Parigi Valentina Venzin lavora con Yasmine Belkaid, direttrice generale dell’Istituto Pasteur, e la sua professionalità è riconosciuta anche con una stabilità economica e contrattuale .

«Mi sarebbe piaciuto poter contribuire alla ricerca italiana. Non sono venuta in Francia perché il mio sogno fosse fare ricerca qui. La vita mi ha portata a Parigi, ma lasciare la famiglia, gli amici e il proprio Paese non è una scelta che rende felici».

Una carriera d’eccellenza nata quasi per caso

Paradossalmente, tutto è iniziato da una “bigiata”. E a leggere il suo curriculum prestigioso non si potrebbe immaginarlo.

Quando frequentava la quinta superiore, Valentina partecipò quasi per caso a un open day dell’Università Statale di Milano. «Era un sabato mattina e volevo saltare le lezioni, così sono capitata alla presentrazione del corso di Biotecnologie.  In realtà volevo studiare antropologia culturale. Durante quella giornata spiegarono che chi voleva capire come nascono le malattie, senza necessariamente fare il medico, poteva scegliere Biotecnologie. Sono uscita pensando: è quello che voglio fare».

Da lì è iniziato un percorso che l’ha portata fino ai laboratori del San Raffaele e poi all’Istituto Pasteur.

«Sono stata la prima della mia famiglia ad andare all’università e a conseguire un dottorato. Per questo penso spesso che, se qualcuno fosse venuto nella mia scuola a raccontare cosa significa fare ricerca, probabilmente avrei scoperto prima questa strada».

Più esempi per avvicinare le ragazze alle STEM

Tra gli obiettivi che si è data c’è anche quello di incontrare gli studenti delle scuole e raccontare il proprio lavoro: «Molti ragazzi non prendono nemmeno in considerazione la ricerca semplicemente perché non sanno che cosa significhi fare questo mestiere. È difficile scegliere una strada se nessuno te la mostra, se nessuno ti racconta quanto è bello fare ricerca, scoprire cose nuove e utili, la quotidianità di un lavoro che ti mette sempre davanti a nuove sfide».

Un messaggio che riguarda soprattutto le ragazze.

«Se una ragazza non vede intorno a sè ricercatrici, ingegnere o scienziate, rischia inconsciamente di pensare che quella non sia una possibilità anche per lei. In realtà le donne sono bravissime nella ricerca. Abbiamo bisogno di più ragazze che scelgano le discipline STEM e arrivino a ricoprire ruoli importanti».

Per questo sente il desiderio di raccontare la propria esperienza proprio sul territorio in cui è cresciuta.

«Vorrei che qualche ragazza seduta oggi nei banchi delle scuole di Vedano Olona o del Varesotto pensasse: se ce l’ha fatta lei, posso provarci anch’io. La curiosità può essere l’inizio di una strada che oggi magari sembra impossibile».

Un nuovo riconoscimento alla ricerca italiana

Nei giorni scorsi per Valentina è arrivata anche un’altra soddisfazione: il premio assegnato dalla Federazione italiana scienze della vita (FISV) ai migliori giovani ricercatori che hanno svolto il dottorato in Italia.

«Mi rende felice perché è anche un riconoscimento alla qualità della ricerca italiana. Abbiamo ricercatori straordinari e una formazione di altissimo livello. Sarebbe bello riuscire a creare le condizioni perché sempre più giovani possano continuare a fare ricerca anche nel nostro Paese».

Via Confalonieri, 5

Castronno

Tutti gli eventi

di agosto

Avatar
mariangela.gerletti@varesenews.it
Giorno dopo giorno ho il privilegio di raccontare insieme ai miei colleghi un territorio che offre bellezza, ingegno e umanità. Insieme a te lo faremo sempre meglio.
Pubblicato il 30 Luglio 2026
Leggi i commenti

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

Segnala Errore