Un prelievo di sangue per predire i danni dell’ictus: l’ospedale di Saronno protagonista di uno studio internazionale
La ricerca condotta dalla dottoressa Valeria Caso dell'ospedale cittadino pubblicata sulla rivista Journal of Neurology
Un prelievo di sangue nelle prime ore dall’esordio dei sintomi può mostrare l’evoluzione dell’ictus ischemico. La conferma arriva da uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Journal of Neurology, coordinato dalla dottoressa Valeria Caso, direttore della Struttura Complessa di Neurologia dell’ospedale di Saronno, insieme ai colleghi Lorenzo Barba, Michele Romoli e Markus Otto. La ricerca si concentra sul neurofilamento leggero (Nfl) nel sangue, una proteina che si comporta come un indicatore preciso del danno cerebrale.
L’indagine ha unito le forze di gruppi di lavoro attivi in Svizzera, Portogallo, Germania, Londra e Thailandia. Gli scienziati hanno raccolto e analizzato i dati clinici, radiologici e biochimici di quasi 3.000 partecipanti, esaminando oltre 4.000 valori di neurofilamento leggero. La casistica ha incluso persone colpite da ictus ischemico, soggetti con attacchi ischemici transitori e controlli sani, calibrando i risultati in base all’età e all’indice di massa corporea.
«Abbiamo condotto una imponente meta-analisi su dati individuali di pazienti, raggiungendo la conferma che la catena leggera dei neurofilamenti (NFL) misurata nel sangue cresce prevedibilmente dopo un ictus ischemico», spiega la dottoressa Valeria Caso. L’obiettivo della pubblicazione è chiaro: «Il nostro studio è uno dei più ampi e rigorosi condotti, ad oggi, con lo scopo di trasformare l’NFL da biomarcatore di ricerca a vero e proprio strumento da utilizzarsi al letto del paziente».
I dati numerici mostrano che nei pazienti con ictus ischemico il valore medio dell’Nfl sale da 2.0 nelle prime 24 ore fino a 3.5 dopo 5-7 giorni. Un picco precoce della proteina entro il primo giorno si associa a una maggiore probabilità di emorragia intracranica sintomatica. Dal secondo giorno, il livello si collega in modo rigido al volume della lesione all’encefalo, dimostrandosi capace di predire la disabilità a tre mesi e la mortalità.
«Ecco perché riteniamo che questo biomarcatore debba diventare un complemento utile nella valutazione clinica e radiologica dell’ictus ischemico», aggiunge la dottoressa Caso. La misurazione tempestiva diventa una risorsa strategica per i medici in reparto: «Effettuare un prelievo nelle prime ore può contribuire a fornire una previsione su emorragia e volume del danno. I nostri studi continuano lungo un percorso di ricerca che possa condurre ad un quadro di biomarcatori ematici sempre più completo per la diagnosi e la cura dell’ictus».
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