Giustizia minorile, don Claudio Burgio: “Non basta punire, serve educare”
Su Vita Pastorale di novembre il cappellano dell’Istituto Beccaria critica il disegno di legge sull’imputabilità dei minori: "La violenza giovanile è una sfida complessa che non può essere affrontata prendendo come modello la giustizia degli adulti"
Dopo il decreto Caivano 2023 che già incrinava la visione della Giustizia in Italia, il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri il 23 luglio 2026 rischia di allontanare l’Italia da una tradizione giuridica che ha sempre posto al centro il recupero educativo dell’adolescente.
È l’allarme lanciato da Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano e fondatore della comunità Kayròs, in un intervento pubblicato sul numero di novembre di Vita Pastorale. Nel suo editoriale, Claudio Burgio commenta il provvedimento che introduce una presunzione di capacità di intendere e di volere per i ragazzi tra i 14 e i 18 anni e rileva il rischio che questa impostazione assimili il trattamento dei minori a quello degli adulti.
Secondo il sacerdote, l’esperienza maturata in quasi trent’anni accanto a giovani e giovanissimi autori di reato dimostra che la risposta ai fenomeni di devianza minorile non può essere affidata esclusivamente alla sanzione penale: «Sostituire la logica educativa con una visione puramente repressiva allineando il trattamento dei minori a quello degli adulti non migliorerà nulla», scrive don Burgio. Il cappellano richiama inoltre il valore del sistema penale minorile italiano, considerato «tra i più collaudati al mondo, creato per rispondere alle esigenze evolutive dei giovanissimi».
Da qui la preoccupazione per un cambiamento che rischia di indebolire le garanzie previste per i minorenni: «Questa inversione di metodo pone il minorenne autore di reato sullo stesso piano dell’adulto, venendo meno a tutte le forme di tutela che le leggi internazionali hanno garantito mei minorenni», sottolinea Burgio, ricordando il riferimento alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e alle direttive europee in materia.
Ed è anche sulle cause che don Burgio si sofferma, e lo fa spiegando cosa gli viene risposto dai ragazzi che incontra quando chiede loro il “perché” dei reati: «Le risposte più ricorrenti sono “rabbia”, “paura”, “solitudine”, “mancanza di riferimenti adulti”». Sintomi, sostiene il sacerdote, cui deve seguire il senso di responsabilità educativa della società e delle istituzioni: «Più che la cella di un carcere, servirebbe investire su ascolto, prevenzione, e rafforzamento delle reti educative» perché, scrive Burgio, «un reato in età minorile spesso rimane un’invocazione d’aiuto».
Burgio invita infine a cambiare anche il linguaggio con cui si racconta il disagio adolescenziale: «Occorre una purificazione del linguaggio, basta parlare e scrivere “maranza”, “baby-gang”, “baby-criminali”. Esistono ragazzi, e non categorie» chiosa il cappellano.
Il tema si intreccia con elementi che hanno a che fare con la più stretta attualità dopo io gravi disordini di Milano nello scorso fine settimana e la reazione ad essi contenuta nelle misure recentemente adottate dal Consiglio dei Ministri.
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