«La città è di tutti, non è una merce, è un diritto»: Elena Granata e la sfida dello spazio pubblico
L'urbanista del Politecnico di Milano: «La città non è un'azienda. È il luogo dove tutti, ricchi e poveri, turisti e residenti, adulti e bambini, hanno diritto di stare»
“In una società dove tutto è diventato merce, e dove chi ha i soldi può comprare e stare meglio, occorre la riabilitazione del «gratuito», di ciò che si può usare ma non comprare”. Elena Granata sceglie una frase di Alex Langer, il cattolico, politico, intellettuale amico di Don Lorenzo Milani e fondatore dei Verdi, per aprire il suo ultimo libro La città è di tutti per Einaudi.
Il suo è un libro necessario, provocatorio, una sorta di programma politico per ripensare alle nostre vite quotidiane. In attesa di ascoltarla a Materia lunedì 18 maggio alle ore 21, l’abbiamo incontrata per parlare dei temi a lei cari.
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“Una città non è un insieme, ma una forma di vita, un modo di abitare, un sistema di relazione con il tempo e con lo spazio. Una città è un’interfaccia tra dimensione naturale e culturale, tra passato e futuro, tra visibile e invisibile. Una città non è una somma di cose: è un organismo vivo, una rete di relazioni che genera esperienza, memoria, identità, futuro”.
Elena Granata, lei insegna Urbanistica al Politecnico e poi è vice presidente della Scuola di Economia Civile. Che importanza ha quel ruolo?
«È una parte significativa della mia vita quella che mi fa incontrare le imprese, le cooperative sociali, il mondo del lavoro. Una parte bellissima di quello spaccato di economia che non si rassegna all’unico modello capitalista e rimette al centro il senso del lavoro.»
Ha tre figli universitari. Quanto ha influenzato l’essere anche madre il suo percorso di studiosa?
«Al cento per cento. Ha influenzato il modo in cui penso, il modo in cui mi comporto, il modo in cui scrivo. Mi ha de-accademizzato. Direi che è abbastanza forte, come cosa.»
Il suo libro è un proclama preciso: la città è di tutti, non è una merce, ma un diritto. Che cosa significa concretamente?
«Quel DNA tipico della città europea, dal Settecento agli anni Settanta del Novecento, quel sogno e quell’utopia realizzata per cui ciascuno era cittadino in virtù della comune appartenenza allo spazio urbano, è andato in crisi. Abbiamo cominciato a emulare modelli anglosassoni e americani che ci hanno deviato da questa idea profondamente europea. E oggi, in maniera anche molto drammatica, siamo costretti a riscoprirla, perché un modello di città che trasforma tutto in merce è una città dove non c’è posto per le persone.»
A un certo punto lei distingue tra “economia dei flussi” ed “economia dei luoghi e della prossimità”. E poi tra attrattività e accoglienza. Perché questa differenza conta?
«Perché abbiamo assunto come unico e inevitabile linguaggio quello economicista. Ci siamo dimenticati il linguaggio della vita. Una città non deve in primis attrarre capitali, ma semmai attirare le persone e accoglierle nei loro bisogni. In questo cambiamento del linguaggio c’è il primo passo: se parliamo male, pensiamo male, agiamo male. E la politica ha imparato benissimo a parlare della città come se fosse un modello aziendale. Così qualcuno può partecipare e qualcuno no, siamo tutti azionisti, dobbiamo meritarci un posto in virtù dei nostri meriti economici, i ricchi più dei poveri, i turisti più degli autoctoni. Questo modello uccide la vita e uccide le città.»
Lei preferisce la parola “gratuità” a “inclusione”. Perché?
«L’inclusione presuppone che qualcuno si debba integrare in un modello già dato. La parola gratuità, che ha dentro il gratis, il gratuito, dice qualcosa di più: una comune appartenenza in virtù del fatto che siamo esseri umani e abbiamo bisogno degli altri. Questo ci dice la città nella sua storia più antica: non sopravviviamo da soli, le città sono l’opera più compiuta di comunanza, di reciprocità, di mutuo aiuto. Se togliamo tutte queste cose, resta ben poco. Siamo tutti consumatori di spazi e servizi. Un po’ poco, forse.»
Le nostre città, pur ricche di storia, vengono spesso descritte come tra le meno felici d’Europa. Da dove viene questa tristezza?
«Dal sentimento profondo di essere espropriati dal nostro. Quando viviamo a Firenze, a Milano, a Lecce e il nostro abitare, il nostro accesso alle cose comuni viene negato perché c’è troppo turismo, perché non c’è più uno spazio di tutti, questo ha forti ripercussioni sulla nostra identità. Soprattutto nei miei studenti sento tanto il senso della perdita: l’idea che si potesse giocare per strada, che la strada fosse dei cittadini, è nella memoria collettiva anche di chi non l’ha mai vissuto. È nostalgia, ma è molto forte. Quello che tutti abbiamo provato durante il Covid, quel desiderio di spazio pubblico, di stare insieme, di natura. Poi, ovviamente, l’abbiamo prontamente rimesso nel cassetto.»

Nel suo libro c’è un capitolo dedicato ai bambini e ai “primi 5000 giorni”. I bambini sono davvero scomparsi dalla scena pubblica?
«Sì, è davvero così. Quando li vedo per strada apro gli occhi, perché non credo ai miei occhi. Non ci sono perché c’è un calo demografico che tutti conoscono, ma anche perché li abbiamo iperprotetti, convinti che la loro vita dovesse consumarsi nello spazio del privato: a casa, all’asilo, in palestra. I bambini sono cercatori del fuori, devono sempre uscire per poter crescere. E invece sono contenuti nel dentro, nel chiuso, nel protetto. Questo fa male ai bambini, ma soprattutto fa male agli adulti: una comunità che non ha intorno bambini diventa più intollerante, più incapace di cura. Il bambino, anche quando ci disturba, ci costringe a un gesto di apertura. E poi c’è un punto più profondo: ciascuno di noi è stato bambino. Quando vedo adulti intolleranti verso i più piccoli, penso che abbiano dimenticato una parte molto importante di loro stessi.»
Cosa dovrebbe fare concretamente un comune per quei primi 5000 giorni?
«Rivedere tutte le sue politiche pubbliche alla loro luce. Se non lo fa, diventiamo un’enorme RSA nazionale. L’alternativa, anche e soprattutto perché i bambini sono pochi, è concedere loro spazio vitale, pensare la città sulla loro misura. E non parlo solo della prima infanzia: arrivo fino alla preadolescenza, fino quasi ai quindici anni, l’età in cui si comincia a camminare da soli per strada, si fanno le prime amicizie, si corre il primo rischio. In quei primi 5000 giorni c’è dentro tutto: l’infanzia, la scolarizzazione, la sicurezza per strada, l’andare in bicicletta, il giocare nei cortili. Cinque cose ogni amministrazione potrebbe tranquillamente fare, senza relegarle in recinti più o meno dorati.»
Spesso la prima causa di morte nelle nostre città non sono gli omicidi, ma gli incidenti stradali. Che fare?
«Se la prima causa di morte dei nostri figli è l’incidente stradale, non perché si ubriacano di notte ma perché qualcuno li investe sulle strisce pedonali o in bicicletta, allora dobbiamo farci delle domande. Abbiamo uno strumento di politica pubblica semplice: andare più piano in macchina. Tutti gli studi dimostrano che un incidente a cinquanta o sessanta all’ora è mortale, a trenta all’ora te la cavi con qualche accidente. Possiamo come generazione adulta scegliere la cosa che fa meno male a noi e ai nostri figli. E si aprirebbero spazi anche di creatività, non solo di incolumità. C’è poi questa abitudine tutta italiana di ringraziare quando scampiamo il passaggio sulle strisce, come se qualcuno ci avesse concesso di sopravvivere. È un malcostume di cui le amministrazioni dovrebbero farsi carico.»
Sicurezza reale e sicurezza percepita: qual è la differenza?
«L’insicurezza non ha necessariamente a che fare col numero di reati. È un sentimento che spesso non collima con i dati. A Milano sono diminuiti gli omicidi, sono diminuiti i reati, eppure l’ansia sociale è aumentata. Quello che distingue ancora un po’ la visione di destra da quella di sinistra, con tutti i limiti di questa differenza, è la scelta di come intervenire. Con un eccesso di telecamere e sorveglianza non si incide sulla percezione di insicurezza. Quello che ci fa stare sicuri nello spazio pubblico è avere attività economiche aperte, una buona illuminazione diffusa, gente per strada. È la vitalità che ci fa sentire al sicuro, non le politiche sulla sicurezza. Se ci sono bar aperti la sera, una piazza ha presidi sociali. Poi servirebbe anche più polizia urbana, che peraltro non vedo quasi più.»

Sul decoro pubblico lei è quasi provocatoria.
«Il decoro è un falso problema. È come in una casa che sta cadendo guardare le piccole crepe senza vedere la trave che manca. Attribuiamo tanto valore a cose effimere, il graffito, le bottiglie lasciate dopo una serata, e non ci preoccupiamo delle grandi questioni sociali: che i ragazzi non abbiano un posto dove stare la sera, che le alternative al consumo siano praticamente zero. In una città dove non c’è più niente di gratuito, si innesca una spirale di esclusione, di ozio, di tristezza. Le nostre città sono ampiamente decorose. Il problema è sotto, nei bisogni nuovi, nelle grandi mancanze.»

Parlando di ambiente e bisogni quotidiani le racconta la regola del 3-30-300 sul verde urbano: ce la spiega?
«Quella regola ha solo scopo euristico, non è un modello di pianificazione, però aiuta a spostare il punto di vista. Dice: ogni persona dovrebbe, aprendo la finestra di casa, vedere almeno tre alberi, avere il trenta per cento di copertura arborea nel proprio quartiere, e un parco a trecento metri da casa. Il punto non è l’astrazione, ma la concretezza: non me ne faccio niente di una natura che non sia immediatamente godibile nella mia vita quotidiana. Non mi interessa che il mio comune abbia riserve di parchi nell’entroterra. Il diritto non è mai un diritto astratto, è un diritto concreto, quotidiano, pratico.»
Se dovesse indicare un’abitudine quotidiana che ogni città dovrebbe difendere con più forza?
«Mi basterebbe il diritto di camminare e sedersi. Queste due cose pratiche. Camminare non è sempre possibile, non sempre è possibile ovunque. E potersi sedere nello spazio pubblico: tre elementi, alberi che fanno ombra, un lampione, una panchina, con cui rivoluzionerei lo spazio pubblico. Ogni trecento metri potersi sedere. Ci sono pezzi di città dove non ci si siede mai, bisogna sempre stare in piedi: questo esclude i bambini, gli anziani, i disabili. Praticamente esclude tutti. I miei figli, che girano tanto per l’Europa, mi dicono sempre: ci si può sedere dappertutto. L’abitante sembra aver dato per scontato che tanto non ci si siede, non ci sono bagni pubblici, non ci sono panchine. Ma non è scritto da nessuna parte che dobbiamo essere inospitali verso noi stessi.»
L’evento a Materia
Elena Granata sarà a Materia lunedì 18 maggio alle ore 21. Verrà intervistata da Marco Giovannelli, direttore di VareseNews.
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