L’impero al contrario: i canadesi d’Inghilterra che fecero piangere il Canada
Ai Giochi del 1936, quelli con Hitler in tribuna d'onore, la nazionale britannica schierò 10 giocatori con il doppio passaporto. Le foglie d'acero se ne accorsero tardi e masticarono amaro
d. f.) Ultimo appuntamento con la terza serie di “Alla Balaustra”, la rubrica ideata e scritta da Marco Giannatiempo, curata dalla redazione sportiva di V2 Media/ VareseNews e dedicata alla cultura e alle storie dell’hockey su ghiaccio. In questa puntata ritorniamo ai Giochi Olimpici di Garmisch del ’36, già incontrati in un altro episodio. Un evento segnato da un risultato storico, l’oro britannico, ottenuto da una nazionale che tanto britannica non era.
I venti racconti delle prime due stagioni e il box con le puntate trasformate in podcast sono disponibili in fondo all’articolo.
L’11 febbraio 1936, sul ghiaccio del Riessersee, nelle giornate clou delle Olimpiadi di Garmisch-Partenkirchen succede una cosa che ha dell’incredibile; la Gran Bretagna batte il Canada 2-1 ipotecando la vittoria dell’oro. Quella sera, sotto la neve bavarese, finisce un’era e ne inizia una tutta nuova. C’è però un dettaglio importante che emerge scorrendo il roster dei vincitori: dei 13 giocatori schierati sul ghiaccio dalla nazionale britannica, 10 sono cresciuti e hanno vissuto proprio in Canada, dove hanno giocato per anni prima di indossare la maglia della nazionale inglese.
Una storia strana quindi, fatta di regole permissive, passaporti, di emigrazioni, di un Impero che ha esportato per decenni i propri figli oltre Atlantico ed ora, per un mese, li riporta in patria. Una storia che va raccontata tenendo conto di tutti i suoi dettagli, perché in quei 13 uomini, e in quella partita, c’è un frammento di storia del Novecento che
non riguarda solo lo sport.
COME SI ARRIVÒ A QUELLA SQUADRA
Tra fine Ottocento e primo Novecento, milioni di britannici lasciano l’Inghilterra, la Scozia, l’Irlanda, in tantissimi si diressero in Canada, dove oltre ad una lingua familiare, c’è lavoro e meno classismo. Tra loro ci sono i Foster, famiglia di Glasgow, che nel 1912 si imbarcano per Halifax, finendo a Winnipeg. Hanno un figlio di sei anni, Jimmy, che pattina così tanto, da muoversi meglio sul ghiaccio che sulla terra ferma, poi sceglie di fare il portiere a Manitoba, diventando un giocatore fortissimo. È un canadese sì, ma naturalizzato, infatti il suo passaporto rimane quello britannico, perché si emigrava ma non si cambiava cittadinanza.
Arrivano gli anni Trenta, e in Inghilterra, l’hockey diventa improvvisamente un fenomeno di massa. A Wembley l’arena da 10mila posti fa sempre il tutto esaurito, per due volte alla settimana. La rivista Ice Hockey World vende 50mila copie. I giocatori prendono dieci sterline a settimana, più di un calciatore di prima divisione. È un boom commerciale, quindi per alimentare quella macchina da soldi, serve materia prima: giocatori veri.
La British Ice Hockey Association, guidata dall’irlandese Bunny Ahearne, fa allora una scoperta semplice: in Canada vivono migliaia di figli di emigrati britannici che hanno mantenuto il passaporto della Corona. Sono nati o cresciuti laggiù, hanno imparato a giocare nelle leghe canadesi, ma sulla carta rimangono inglesi. Fattore che dice che perfettamente eleggibili per la nazionale britannica. Serve solo convincerli a tornare. E la lega inglese ci riesce, così arrivano Jimmy Foster da Winnipeg, il portiere.
Edgar «Chirp» Brenchley, nato a Sittingbourne nel Kent ma cresciuto a Niagara Falls, in Ontario. Gordon Dailley, da Vancouver. Alex Archer, Archibald Stinchcombe, Johnny Coward: tutti con regolare passaporto britannico, anche se in Gran Bretagna non ci sono mai tornati, tutti formati nei campionati canadesi. Il capitano è Carl Erhardt, londinese di origini tedesche, l’unico che davvero ha imparato a giocare in Europa. Ha quarant’anni ed è bravissimo a bilanciare con le sue naturali doti di leader la difesa. L’allenatore, ironia della storia, è canadese: si chiama Percy Nicklin, ha appena vinto due Allan Cup e grazie ad un ottimo stipendio ora allena Richmond, in Inghilterra.
COLONIALISMO AL CONTRARIO
Per capire perché il Canada perse quella partita, bisogna capire come le “foglie d’acero” si presentarono a Garmisch. Negli anni Trenta i canadesi non mandavano ai Giochi una vera nazionale: spedivano la squadra di club che aveva vinto la Allan Cup, il loro torneo dilettantistico nazionale. Quell’anno toccò ai Port Arthur Bear Cats, che peraltro erano arrivati secondi: i campioni in carica, gli Halifax Wolves, si erano professionalizzati e quindi non partirono. Il divario con gli europei era talmente vasto, che era sufficiente così. Quella dei “Bear Cats” era però una formazione raffazzonata, con poche settimane di preparazione, e sulle spalle una traversata atlantica via nave, un importante jet lag e poco affiatamento.
L’atteggiamento era quello di chi sa che l’hockey è nato in Canada, e contro le squadre europee non serve neppure prepararsi, che poi era il medesimo atteggiamento con cui l’Inghilterra di quegli anni si poneva rispetto al calcio, e che le costò la disfatta del 1950 contro gli Stati Uniti. Stavolta la nazionale inglese era qualcosa di diverso, con un allenatore che conosce bene il gioco canadese, ma soprattutto con a disposizione un roster di alto livello, un colonialismo in qualche modo al rovescio. Tutto questo gestito
tramite un vero e proprio capolavoro di organizzazione politica e sportiva, che oggi chiameremmo sfruttamento di un mercato globale dei talenti.
CANADA, PROTESTA E RIMPIANTO
Negli anni Trenta i mezzi d’informazione e la velocità nel comprendere gli scenari era naturalmente diversa da quella odierna, il Canada si accorse si della situazione, ma troppo tardi, protestando in maniera eclatante. Due giorni prima dell’apertura dei Giochi, il presidente della Canadian Amateur Hockey Association, E. A. Gilroy, presentò ricorso formale contro Foster e Archer, per aver tecnicamente lasciato il Canada per giocare in Inghilterra senza il consenso della federazione canadese. La regola internazionale lo richiedeva, e Gilroy lo sapeva.
La Ligue Internationale de Hockey sur Glace gli diede ragione, sospendendo Foster e Archer. Di contro la Gran Bretagna non la prese bene, minacciando di
ritirarsi in blocco dal torneo. A quel punto Gilroy, sotto pressione delle alte sfere olimpiche britanniche e probabilmente anche del CIO, ritirò la protesta.
La motivazione ufficiale fu circoscritta nella decisione dei giocatori legata allo «spirito sportivo», di fatto il loro paese di nascita era il Regno Unito e in qualche modo quella maglia la potevano indossare. Vi era però anche una forte motivazione diplomatica: si era a casa di Hitler, non era il momento migliore per rovinare i Giochi con un caso disciplinare. Tre giorni dopo, contro il Canada, Foster parò qualunque cosa, tenendo il pareggio sino a 1’12” dalla fine della partita, momento in cui Gordon Dailley si lanciò in contropiede sulla fascia destra, trovando pronto il portiere canadese Dinty Moore che respinse. Sulla ribattuta però «Chirp» Brenchley, anche lui cresciuto in Ontario, segnò su il gol che cambiò la storia dell’hockey olimpico. L’incubo si era trasformato in realtà per il Canada, e il giorno dopo, la stampa massacrò Gilroy. Ritirare la protesta gli era costato l’oro. Foster e Archer non avrebbero dovuto giocare.
HITLER IN TRIBUNA
La cornice di tutto questo, come abbiamo accennato, era la Germania nazista. I Giochi del 1936 furono i primi a essere apertamente strumentalizzati da un regime totalitario. Hitler, Goebbels e Göring andavano spesso allo stadio, a loro l’hockey su ghiaccio piaceva anche se dovettero digerire la presenza di un giocatore ebreo nella nazionale tedesca, quel Rudi Ball cui abbiamo dedicato una puntata (CLICCATE QUI). Alla cerimonia di apertura, alla delegazione olimpica britannica fu chiesto di alzare il braccio nel saluto romano-nazista, ma la squadra di hockey si rifiutò. Erhardt, il capitano figlio di tedeschi, tenne le mani lungo i fianchi. Fu il primo gesto di una resistenza silenziosa.
L’ORO CHE CHIUSE IL CICLO
Dopo la vittoria contro il Canada, alla Gran Bretagna serviva ancora qualcosa per chiudere il torneo. Nel girone finale a quattro batté la Cecoslovacchia 5-0, poi pareggiò 0-0 contro gli Stati Uniti, in una partita rimasta celebre per essere durata sei tempi senza un gol, tre regolamentari più tre supplementari. Foster fece miracoli, gli americani si stancarono. Il giorno dopo, esausti, persero contro il Canada 1-0 ma quel risultato, per il sistema dei punti applicato nel torneo, regalò l’oro alla Gran Bretagna e l’argento al Canada.
In sette partite Foster aveva incassato tre gol. Tre. Con quattro shutout. Una statistica da fenomeno assoluto. La Gran Bretagna nel 1936 vinse contemporaneamente Olimpiadi, Campionato del Mondo e Campionato Europeo: in quegli anni i tre titoli si assegnavano nello stesso torneo, e nessuno li aveva mai vinti tutti e tre nello stesso anno. Lo fecero loro, e nessuno lo ha più rifatto.
Per la Gran Bretagna fu un picco e l’inizio della discesa. Vinsero ancora gli Europei nel 1937 e nel 1938, poi la guerra spazzò via tutto. Foster tornò in Canada nel 1940, andò a lavorare in una fabbrica di aerei a Winnipeg e non rivide più Wembley. Brenchley smise nel 1939. Dailley combatté con l’esercito canadese contro i nazisti, fu decorato, divenne MBE. Erhardt entrò nella dirigenza. La nazionale britannica non si qualificò più alle Olimpiadi dopo il 1948, e fino al 2019 non rivide nemmeno un Mondiale di prima fascia. Settant’anni a vivere del ricordo di una settimana sulle Alpi bavaresi.
TRE EREDITÀ GIUNTE FINO A OGGI
Garmisch 1936 non è solo una storia di hockey. È una di quelle vicende in cui lo sport mostra, in filigrana, le contraddizioni del suo tempo. Tre cose, in particolare, vale la pena tenere a mente.
La prima riguarda l’identità sportiva nazionale. La Gran Bretagna del 1936 vinse l’oro con una squadra che oggi chiameremmo «oriunda». Non c’era niente di illegale, anzi: i passaporti erano in regola, le regole lo permettevano. Ma il principio era nuovo. Una nazionale poteva non essere il prodotto del territorio bensì il risultato di una scelta amministrativa. Da lì in poi, lo sport mondiale non sarebbe più stato lo stesso. Il calcio italiano lo capì negli anni Cinquanta con gli oriundi argentini, quello francese e olandese ce l’hanno insegnato decenni dopo. Ma il primo vero esperimento riuscito di nazionale costruita a tavolino, con materiale geneticamente straniero, fu quello britannico del 1936.
La seconda riguarda il rapporto fra Gran Bretagna e Dominion che sono tutti quei territori appartenenti all’ex Impero britannico. Il Canada esce da Garmisch con la convinzione di essere stato derubato. Sportivamente, in parte è vero. Politicamente, è il Canada stesso che ha esportato per cinquant’anni i suoi giovani migliori senza accorgersi che una parte di quelli li avrebbe rivisti, prima o poi, con un’altra maglia. È la nemesi di tutte le potenze coloniali quando si stancano di esserlo: la periferia ti mette a dura prova esattamente con gli strumenti che le hai prestato.
La terza riguarda i singoli uomini. Jimmy Foster a Glasgow era un po’ canadese, a Winnipeg era un po’ scozzese, e a Garmisch, solo a Garmisch, fu entrambe le cose insieme. È la condizione del migrante moderno, che è sempre un po’ fuori posto e un po’ a casa dovunque vada. L’hockey, fra tutti gli sport, è quello che meglio assomiglia a quegli uomini lì: rapido, scontroso, fatto di urti e di lingue mescolate sulla balaustra dello spogliatoio. Quei 13 uomini, sotto la neve di Garmisch, erano già in piccolo quello che il
Novecento sarebbe diventato. Gente con due passaporti, due accenti, due idee di patria, costretta a sceglierne una per una settimana e poi a tornare a essere ambigua. La medaglia d’oro la vinse la Gran Bretagna. Ma a vincerla davvero, sul ghiaccio, fu qualcosa che ancora non aveva un nome. Forse, semplicemente, il futuro.
ALLA BALAUSTRA – Leggi le puntate precedenti
IL PODCAST – “Dalla Balaustra” è anche un podcast trasmesso su Radio Materia e disponibile sulle principali piattaforme di ascolto. Nel box sottostante trovate tutte le puntate pubblicate fino a ora.
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