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“Seveso 50 anni dopo: siamo contagiosi sì, ma di vita”, commuove il discorso della sindaca Alessia Borroni

Intenso e commovente il discorso della sindaca di Seveso Alessia Borroni davanti al Presidente della Repubblica nel giorno della cerimonia per i 50 anni dal disastro industriale dell'Icmesa

Seveso - La cerimonia per i 50 dalla tragedia dell'Icmesa

Dopo aver accolto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Bosco delle Querce, la sindaca di Seveso Alessia Borroni ha aperto con un intervento pieno di passione e speranza la cerimonia pubblica davanti alle autorità e a tanti cittadini.

Lo riportiamo interamente perché racconta tutto il coraggio, l’orgoglio e la passione civica di una comunità ferita che ha saputo rinascere e che ha fatto della speranza e della responsabilità civica la risposta al più grave incidente industriale della nostra nazione.

“Autorità civili, militari e religiose, care concittadini, cari concittadini, benvenuti. Presidente, la sua presenza oggi rappresenta per la comunità di Seveso un onore immenso è un momento destinato a rimanere per sempre nella nostra storia.

Ho iniziato a organizzare questa giornata più di un anno fa con la sensazione che dovesse essere qualcosa di speciale per la mia comunità. Quando lo scorso ottobre ho saputo che il programma che avevo ideato in memoria del 10 luglio era stato letto, condiviso e approvato da lei Presidente ho provato un’emozione che è difficile da spiegare e da condividere. È vero, sono il sindaco di Seveso, un centro della Brianza di 24.000 abitanti, ma le parlo con il cuore di una cittadina che è cresciuta e ha vissuto lo sviluppo di questo territorio. Porto con me i ricordi, le ferite, ma soprattutto le speranze dei miei concittadini. Cinquant’anni fa, il 10 luglio 1976 alle 12,37 la vita della nostra collettività è cambiata per sempre. Dall’industria Icmesa si sprigionò una nube di diossina. Il più grave incidente ambientale della storia della nostra nazione.

Quel sabato era iniziato come un normale giorno d’estate; nessuno poteva immaginare che in pochi minuti non ci sarebbero state più domeniche di festa né ritorno al lavoro il lunedì. Per anni invece arrivarono la paura, lo smarrimento, l’incertezza e il trauma dello sgombero. Intere famiglie dovettero abbandonare le proprie case dall’oggi al domani, senza sapere se avrebbero mai fatto più ritorno, lasciando dietro di sé i ricordi di una vita intera. Ricordiamo la cloracne che si manifestò sulla pelle dei bambini. Pensiamo alle nostre aziende che dovettero chiudere da un momento all’altro, vedendo svanire il lavoro di generazioni, di padre in figlio, da nonno a nipote. Insieme a questo la disperazione e la vergogna delle donne spinte verso la scelta dell’aborto, un verdetto straziante che nessuna donna dovrebbe mai essere costretta a subire, consumato nella solitudine più assoluta in un’epoca in cui il dolore invisibile era un tabù innominabile. Eppure quelle donne sono andate avanti. A tutto questo si aggiunse l’isolamento da parte degli stessi italiani, le merci delle nostre imprese respinte dai mercati, perché etichettate contaminate. I pregiudizi, gli alberghi che rifiutavano di ospitarci per le vacanze, perché eravamo considerati contagiosi. E poi la vita di tutti i giorni: io stessa da bambina ricordo quando giravo per le strade con la mia bicicletta gli uomini con le tute bianche e i militari con i fucili che mi chiedevano dove andassi e sentivo le domande degli adulti a cui nessuno sapeva ancora dare una risposta certa.

Sono immagini che fanno parte di noi, cicatrici che fanno parte della nostra identità eppure, Presidente, oggi noi siamo qui uniti davanti a lei. Non abbiamo abbandonato la nostra terra, non abbiamo rinnegato le nostre radici. la nostra cultura e la nostra dignità. Al contrario, abbiamo creduto nel futuro. Per questo vogliamo rendere onore alla memoria di quella ferita, ma anche voltare pagina, perché accanto alla disperazione cinquant’anni fa ci furono il coraggio e il senso del dovere, ci furono amministratori che non abbandonarono il proprio posto, ci furono medici e ricercatori che avviarono studi destinati a diventare un punto di riferimento internazionale, ci furono cittadini che accettarono controlli, esami e sacrifici affinché la conoscenza scientifica potesse avanzare a beneficio di tutti.

In quei giorni difficili i cittadini di Seveso furono testimoni di solidarietà, trasformando la paura in responsabilità. La tragedia dimostrò che la salute è un diritto fondamentale per ognuno di noi, un principio sancito e reso inderogabile dalla nostra Costituzione. Da quel 10 luglio, poi, nacque la più importante politica europea per la sicurezza industriale, la direttiva Seveso. Il nome della nostra città divenne il nome di una legge che ancora oggi tutela milioni di cittadini in tutta Europa e ci insegna che la prevenzione costa meno dell’emergenza, che la sicurezza non è un ostacolo allo sviluppo, ma il suo fondamento.

Noi, Presidente, siamo fieri di essere cittadini di Seveso e oggi è il giorno del nostro riscatto. Questa terra non ha esportato soltanto un protocollo di sicurezza ha esportato eccellenza. I nostri figli, le nostre imprese, i nostri lavoratori li troviamo oggi nelle élite internazionali di ogni settore, dalla cultura del caffè alla grande musica, dall’inno per le olimpiadi Milano Cortina allo sport, fino alla lavorazione del mobile e alla creatività del design che da sempre contraddistingue la nostra Brianza. Abbiamo dimostrato che l’ingegno e il sacrificio sanno creare valore laddove gli scettici volevano e vogliono vedere solo distruzione e il luogo in cui ci troviamo è la testimonianza più vera: il Bosco delle Querce non è semplicemente un’area verde che può essere inserita in una lista di parchi pubblici. Questo parco è l’anima stessa di Seveso riconosciuto con il marchio di patrimonio europeo, è la prova concreta di questo cammino di rinascita. A pochi metri da noi, nelle vasche di contenimento, non solo sono conservati i materiali contaminati da diossina, ma soprattutto sono custoditi i ricordi, i segreti e le storie di tante persone di Seveso. Sopra di esse è cresciuto un bosco, è fiorita la vita. Dove c’erano macerie oggi crescono alberi, dove c’era paura oggi camminano i nostri bambini. Ci siamo rialzati e con orgoglio possiamo dirlo: noi siamo contagiosi sì ma contagiosi di vita.

Grazie ai cittadini di ieri e di oggi, grazie ai nostri commercianti, ai nostri artigiani, ai nostri imprenditori e a tutte le nostre associazioni. Presidente, a cinquant’anni da quel giorno Seveso non chiede nulla. Seveso desidera semplicemente dire grazie. Grazie alle istituzioni della Repubblica che non ci hanno lasciato soli, grazie a quanti hanno accompagnato la città in questo cammino di rinascita, grazie ai sindaci che si sono succeduti a partire dal sindaco Francesco Rocca che si trovò a guidare la comunità nel momento più buio e drammatico della sua storia. Grazie alle donne e agli uomini che sono rimasti e che hanno ricostruito la trama morale e produttiva della nostra città. Innanzitutto grazie a lei Presidente, la sua presenza qui non è solo un atto istituzionale è il riconoscimento della dignità del dolore e del trionfo della vita di una città che non ha mai smesso di credere nel proprio futuro.

Cinquant’anni fa una nube cercò di oscurare il nome della città di Seveso, oggi sotto questo stesso cielo della nostra Brianza celebriamo una memoria viva che guarda al futuro con gli occhi dei nostri ragazzi. La memoria è un dovere, la resilienza è la nostra forza, il futuro è un bene comune che appartiene a tutti noi. Grazie Presidente. Forza Seveso e viva i cittadini di Seveso”.

A 50 anni dal disastro dell’Icmesa, Seveso abbraccia Mattarella nel segno della rinascita e della speranza

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Pubblicato il 10 Luglio 2026
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