Nel cuore della tragedia di Seveso, che compie 50 anni, ora c’è il cantiere della Pedemontana
Cinquant'anni dopo, si scava di nuovo nella Zona A del disastro di Seveso, ora chiamata "Bosco delle Querce": è il cantiere della seconda tranche di Pedemontana
A cinquant’anni dal disastro dell’Icmesa a Seveso, la zona è ancora protagonista, anche se per motivi profondamente diversi.
Questa volta infatti a far parlare sono i cantieri della Pedemontana Lombarda, che stanno scavando proprio nell’area che nel 1976 fu la più contaminata dalla diossina: la cosiddetta Zona A, oggi coperta in gran parte e divenuta “il Bosco delle Querce” il parco dove si svolgono le celebrazioni di oggi.
Il tracciato della seconda fase dell’autostrada, nel tratto che assorbirà una parte dell’attuale superstrada Milano-Meda, corre infatti a ridosso del Bosco e in parte lo attraversa, sfiorando il terreno esattamente nel punto in cui, quasi cinquant’anni fa, vennero asportati gli strati di suolo più impregnati di TCDD e collocato nuovo terriccio per avviare la bonifica.
Cosa accadde il 10 luglio 1976
Erano le 12.37 di sabato 10 luglio 1976 quando il sistema di controllo di un reattore dello stabilimento chimico Icmesa di Meda, destinato alla produzione di triclorofenolo, andò in avaria. Per circa venti minuti una nube tossica contenente diossina TCDD, altamente tossica, fuoriuscì nell’atmosfera e, spinta dal vento, investì Meda, Seveso e in parte anche Cesano Maderno e Desio. La gravità dell’accaduto non fu percepita subito: solo nei giorni successivi cominciarono a manifestarsi i primi segnali concreti, con la morte di animali domestici, la vegetazione che ingialliva e seccava, e i primi casi di cloracne sulla pelle degli abitanti, in particolare dei bambini. La conferma ufficiale della presenza di diossina arrivò solo oltre una settimana dopo l’incidente.
Cos’era la “Zona A”
Il territorio intorno all’Icmesa fu diviso in tre fasce a contaminazione decrescente solo dopo che, il 19 luglio 1976, I laboratori Givaudan (l’azienda svizzera prorpietaria di ICMESA) ammisero la presenza di diossina nella nube, confermata due giorni dopo dalle analisi ufficiali. La Zona A era la più colpita, e venne a sua volta suddivisa in cinque sotto-zone, da A1 a A5, in base alla concentrazione di TCDD nel suolo. L’area, inizialmente delimitata per circa 15 ettari, fu ampliata più volte nelle settimane successive. Tra il 26 luglio e il 2 agosto vennero evacuati 676 cittadini di Seveso e 60 di Meda, molti dei quali non fecero mai più ritorno nelle proprie case, abbattute nell’ambito della bonifica.
Nell’area più compromessa il terreno contaminato fu rimosso e depositato in vasche impermeabilizzate insieme alle carcasse degli oltre 80mila animali morti o abbattuti in tutta la zona colpita. Fu poi steso nuovo terreno e avviato un rimboschimento: da quell’intervento nacque il Bosco delle Querce, oggi riconosciuto Marchio del Patrimonio Europeo. Un percorso non privo di ombre: nel 2021 l’allora sindaco di Seveso si dimise per la gestione delle vasche di percolato ancora presenti nel sottosuolo del parco, denunciando lacune nei controlli.
Un cantiere sullo storico disastro
Su quel suolo oggi si sta intervenendo per realizzare l’ampliamento della sede autostradale, la famosa “seconda tranche” di Pedemontana, o più correttamente “Tratta B2”. La tratta B2 è compresa tra l’interconnessione con la tratta B1 a Lentate sul Seveso e lo svincolo di Cesano Maderno, in un tratto in parte altamente urbanizzato e in parte sottoposto a vincoli ambientali.
L’assenza di un corridoio libero per il suo passaggio rende la tratta B2 un’eccezione rispetto al tracciato di Autostrada Pedemontana Lombarda, che si sviluppa per la maggior parte su nuova sede stradale. Tra Lentate sul Seveso e Cesano Maderno, infatti, la tratta si sovrappone all’unico corridoio disponibile, la superstrada SP ex SS 35 Milano – Meda, che verrà quindi ampliata, riqualificata e “inglobata” nella Pedemontana.
Per far questo, la società Pedemontana assicura che le attività di scavo e movimentazione della terra vengono condotte con rigore scientifico e sorveglianza ambientale assoluti, nel pieno rispetto del Codice dell’Ambiente, e che i livelli rilevati finora rientrano nei parametri previsti.

Per le voci critiche, però, il punto resta delicato: intervenire su un terreno storicamente segnato dalla diossina significa comunque riaprire, fisicamente, un problema che senza l’opera resterebbe fermo nel sottosuolo. Tanto che in alcune aree del cantiere i primi strati di terreno rimossi non sarebbero bastati a raggiungere i parametri richiesti per il collaudo finale della bonifica, rendendo necessari ulteriori interventi prima di poter proseguire.
Inoltre, il progetto prevede una deforestazione di circa 1,7 ettari di Bosco lungo la sede stradale, più una porzione interna temporanea di 0,3 ettari per l’accesso ai cantieri, che sarà poi ripiantumata. A compensazione però, è prevista la creazione di una nuova area verde di 4,7 ettari a est, collegata al nucleo originario tramite un ponte ciclopedonale, oltre a un indennizzo economico di circa 900mila euro versato all’ente che gestisce il parco. Sul numero complessivo di piante abbattute, che sarebbe di circa 3.200, Pedemontana precisa che si tratta in gran parte di arbusti e vegetazione spontanea di sottobosco.
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