“Mio padre Walter Valdi, l’avvocato comico e poeta che tifava per gli altri”
Il ritratto affettuoso del padre del cabaret milanese attraverso le parole del figlio Antonio. Lunedì 9 novembre al MIV di Varese una serata speciale di Glocal Doc dedicata al documentario di Valerio Finessi
Ci sono persone che hanno la capacità di attraversare la vita lasciando un’impronta leggera ma profonda. Walter Valdi è stato sicuramente una di queste. Considerato da molti il vero padre del cabaret milanese, per oltre un quarto di secolo regina incontrastata delle notti del mitico Derby Club di via Monterosa, Valdi era un artista poliedrico: avvocato penalista di giorno, poeta e comico di notte, autore di canzoni per adulti (come le l’indimenticabile “Il palo della banda dell’Ortica” il cui nome corretto è “Faceva il palo” scritta con Enzo Jannacci, o “Il Gallo è morto” riadattaento di una canzone tradizionale scritta per i Gufi) e per bambini (chi non conosce Il caffè della Peppina o Cocco & Drilli?).
A ventitré anni dalla sua scomparsa, il documentario “Un milanese a Milano – Walter Valdi” firmato dal regista Valerio Finessi arriva a Varese lunedì 9 novembre alle 21.00 al MIV – Multisala Impero, come evento speciale di Glocal Doc. Alla serata saranno presenti il regista e volti storici della comicità e del panorama milanese come Enrico Beruschi, Franco Visentin e Antonio Amadeus Pinnetti, il figlio di Walter Valdi.
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Ed è proprio da Antonio che ci siamo fatti raccontare non solo come è nato questo film, ma soprattutto chi era davvero suo padre quando si spegnevano i riflettori del palcoscenico.
Come nasce l’idea di questo documentario su suo padre?
«È nata da una storia bellissima di amicizia. Due storici amici di famiglia e di papà, Paolo Grasselli e Giovanni Coccioli, un signore eccezionale che di mestiere faceva il radiologo e quando gli chiedevi cosa facesse rispondeva “il fotografo d’interni”: un giorno sono andati a vedere un documentario di Valerio Finessi sulla Milano degli anni ’70. L’hanno trovato molto bello ma hanno anche fatto “due più due” Valerio aveva raccontato quegli anni, ma Walter quegli anni li aveva vissuti da protagonista: quindi “Perchè non facciamo un film su di lui?”. Così hanno contattato Valerio, che si è appassionato subito alla storia di papà e ha iniziato a chiamare a raccolta gli amici. A poco a poco sono arrivati tutti, un po’ come gli gnocchi che salgono a galla uno ad uno nella pentola: Cochi Ponzoni, Enrico Beruschi, Franco Visentin, Diego Abatantuono, Maurizio Nichetti, critici come Mario Luzzatto Fegiz e Sandro Patè… Ognuno ha aggiunto il suo tassello».
Che effetto le ha fatto ascoltare tutte queste testimonianze?
«Per me è stato straordinario. Partecipare a questo documentario è stato un po’ come assistere a una cena tra vecchi amici in cui tutti parlano di qualcuno che non c’è più, e tu che sei il figlio scopri dei pezzi di racconto che ti mancavano, o vedi dei ricordi trovare finalmente il loro posto. Ma la cosa più bella è che non è un elogio funebre, non c’è nostalgia malinconica: è un ricordare divertito e divertendosi. Viene fuori un ritratto non solo umano, ma estremamente poetico. Papà nei ricordi di tutti emerge quasi come una sorta di cartone animato, ed è per questo che nel film ci sono anche le splendide animazioni di Daniele e Davide Ratti che lo fanno muovere e parlare proprio così».
Tra tutti i comici del Derby, Walter Valdi aveva uno stile del tutto particolare…
«Sì, ed è una cosa che hanno sottolineato in tanti nelle interviste. Papà aveva una comicità “in minore”, per usare una metafora musicale. Non aveva quel piglio esplosivo che avevano altri straordinari interpreti dell’epoca. Facendo meno, faceva di più. In un mondo di comici esplosivi, avere qualcuno con una cifra sottile, sobria ed elegante serviva a riequilibrare tutto il quadro. Era una traccia unica».
Suo padre ha scritto pagine memorabili per lo Zecchino d’Oro. Come nacque quella vena artistica?
«Nacque da una scommessa e dal bisogno di mettersi alla prova. Papà mi ha avuto molto tardi, quando aveva 58 anni, quindi io sono cresciuto da “Pinnetti” (Il vero cognome dell’artista, NdR) e non da “Valdi”: per me a casa era semplicemente un papà che giocava a carte. A un certo punto si chiese se fosse capace di scrivere per i più piccoli. Mandò il testo de Il caffè della Peppina e all’inizio fu persino scartato, poi con La nave gatta trovò la sua strada. Un giorno un suo amico gli disse: “Ma va’, mica si può scrivere una canzone su qualsiasi cosa!”. E papà: “Dammi un argomento”. “I coccodrilli!”. Nacque così la canzone di Cocco e Drilli, e divenne anche famosa. Per lui il mondo degli adulti richiedeva il pubblico del Derby, per i bambini c’era il coro dello Zecchino: il pubblico era il suo unico test».

Che ricordi ha di lui nella vita di tutti i giorni? Com’era il Walter Valdi privato?
«Papà aveva due anime ben distinte. Da una parte c’era l’avvocato penalista: una persona seria, attenta, silenziosa, un grande ascoltatore. Ricordo che quando da adolescente litigavo con mia madre, lui se ne stava lì in disparte a fare un solitario senza dire una parola. Poi, finita la discussione, posava le carte ed emetteva la sua “sentenza”, facendoci capire che aveva soppesato ogni singola parola. Dall’altra parte c’era il cabarettista, che lo rendeva un bambino anche a settant’anni. Ogni tanto arrivava a casa Gianni Magni dei Gufi, si chiudevano in cucina e diventavano due bambini che inventavano sketch. Papà rendeva tutto una festa: aveva la capacità meravigliosa di trovare un modo per giocare con la realtà e rendere leggere le cose».
Lei sa che per molti è “Antonio Valdi”? Mi hanno girato il suo numero di telefono così. Come si sente, in crisi d’identità?
«Ma no, è simpatico. Il nome d’arte era per lui un’esigenza che nasceva dalla sua attività di avvocato, che ne avrebbe sofferto: non era il massimo essere rappresentati da uno che poi alla sera faceva ridere… Così mio papà scelse il nome Valdi, che richiamava la pastiglia Valda, anche un po’ per profumare l’alito. Quanto a me, ho avuto la fortuna che mio papà non ha mai esposto molto il fatto di fare il cabarettista. E siccome sono stato concepito tardi, lui ha potuto fare tranquillamente una vita da Pinnetti. Non si è mai fatto un vanto della sua carriera, almeno in casa: mi sembrava uno che giocasse a carte in salotto più che uno che facesse serate fuori. Poi lo chiamavano, andava a fare le sue serate con Franco e si divertiva. Quindi sono cresciuto molto più da Pinnetti che da Valdi».
Lei si chiama Antonio Amadeus Pinnetti. Da dove nasce questo secondo nome “musicale”?
«Per molti anni su Wikipedia hanno attribuito il mio secondo nome alla fantasia e alle passioni di mio padre, ma questa volta lui proprio non c’entra: in realtà è stata tutta “colpa” della mamma, melomane e adoratrice di Mozart. Questa intervista può essere un modo per “sistemare” l’informazione e dare a mamma quello che è di mamma».
Qual è l’eredità più grande che le lascia questo documentario su suo padre?
«Una restituzione onesta della sua figura. La cosa più bella che emerge è come mio padre si sia sempre preso cura degli altri. Non viveva quel mondo in modo competitivo: era estremamente sicuro del suo percorso e questo gli permetteva di tifare per gli altri, di aiutare giovani agli esordi che poi sono diventati grandissimi comici. Ha dimostrato che si può fare una bellissima carriera assieme agli altri, e non contro gli altri».
Sul suo nome oggi, purtroppo, si è depositata un po’ di polvere e il documentario può aiutare a farlo riscoprire. Ma com’è successo, secondo lei?
«Un po’ per il tempo, inevitabilmente, ma soprattutto per l’uso del dialetto. Papà scelse di cantare e recitare in un dialetto milanese stretto, schietto, che era la lingua parlata per le strade della sua epoca. Oggi quel dialetto è quasi scomparso. È per questo che nel documentario abbiamo scelto di inserire i sottotitoli nelle canzoni: all’inizio ero scettico, poi durante le proiezioni ho visto giovani e persone di fuori Milano riavvicinarsi a questo mondo e ridere di cuore. È stato un piccolo miracolo».
Lunedì il film arriva a Varese. Che legame c’era tra suo padre e il nostro territorio?
«Un legame fortissimo. Varese e la sua provincia sono state uno snodo fondamentale per il cabaret italiano. Penso ad esempio al Caffè Teatro di Verghera di Samarate: una vera fucina, un posto tranquillo dove papà, Franco Visentin e tantissimi altri comici andavano a provare i pezzi grezzi prima di portarli al grande pubblico. Portare questo film a Varese è un po’ come tornare a casa».
L’APPUNTAMENTO
Un milanese a Milano – Walter Valdi (Italia, 1h 20′)
Regia di Valerio Finessi
Lunedì 9 novembre, ore 21.00
MIV Multisala Impero Varese
Nell’ambito della rassegna Glocal Doc.
Ingresso aperto al pubblico.
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