Dalla Cisgiordania a Varese, a Materia le storie di chi resiste all’occupazione
La giornalista Michela Grasso e la volontaria Stella M. hanno raccontato esperienze e testimonianze raccolte nei territori palestinesi
Cosa significa vivere, studiare e lavorare nei territori palestinesi occupati? È la domanda al centro dell’incontro “Dalla Cisgiordania a Varese, storie di resistenza”, che si è svolto venerdì 9 ottobre a Materia, a Castronno.
Protagoniste della serata la giornalista Michela Grasso e Stella M., volontaria di Operazione Colomba, che hanno raccontato le esperienze raccolte durante i loro viaggi in Cisgiordania, attraverso le storie di studenti, agricoltori e famiglie alle prese con le conseguenze dell’occupazione.
Due percorsi differenti, accomunati dalla volontà di dare voce alle persone incontrate sul campo. Michela Grasso ha trascorso dieci giorni in Palestina nel mese di luglio insieme alle organizzazioni Palestinian Vision e Y+, visitando Betlemme, Gerusalemme, Hebron, Tulkarem, Nablus e Ramallah. Stella M. è invece tornata nella regione delle colline a sud di Hebron con Operazione Colomba, il corpo nonviolento di pace presente nell’area da circa 25 anni, dove i volontari affiancano le comunità locali condividendone, per quanto possibile, la quotidianità.
Il contesto e le conseguenze dell’occupazione
Prima di entrare nelle testimonianze, la serata ha ricostruito il contesto storico e geografico della Cisgiordania, soffermandosi sulla divisione del territorio in aree A, B e C, stabilita dagli accordi di Oslo del 1993 e del 1995. Una suddivisione che attribuisce differenti forme di controllo amministrativo e militare e che, secondo quanto illustrato durante l’incontro, condiziona profondamente la vita della popolazione palestinese.
Le relatrici hanno mostrato immagini e mappe per spiegare le trasformazioni del territorio, la presenza degli insediamenti israeliani e le difficoltà negli spostamenti. Il muro di separazione, i posti di blocco e le restrizioni alla circolazione sono stati descritti come ostacoli che incidono sull’accesso ai servizi, sul lavoro e sulle possibilità di mantenere i rapporti tra città e villaggi.
A raccontare gli effetti concreti di questa situazione sono state soprattutto le storie delle persone incontrate durante i viaggi. Stella ha descritto il lavoro di Operazione Colomba nelle comunità rurali, dove i volontari garantiscono una presenza internazionale preventiva o intervengono su richiesta degli abitanti in caso di emergenze. La loro funzione è stare accanto alle persone esposte alle violenze, documentare quanto accade e contribuire, attraverso la presenza di osservatori esterni, a limitarne i rischi.
Coltivazioni e animali a rischio
Tra gli episodi raccontati quello di Mustafa, agricoltore palestinese che vive nelle colline a sud di Hebron. Una mattina di luglio l’uomo ha chiesto aiuto dopo aver trovato un colono israeliano con il proprio gregge sul suo terreno. Le pecore stavano pascolando tra gli ulivi, mettendo a rischio il raccolto da cui dipende il sostentamento della famiglia. I volontari hanno osservato la situazione per circa due ore, in un contesto nel quale, è stato spiegato durante l’incontro, le denunce alle autorità non sempre producono conseguenze.
Le testimonianze hanno riguardato anche i danni alle coltivazioni e agli animali, l’espansione degli insediamenti e le demolizioni. In alcuni casi, hanno spiegato le relatrici rispondendo alle domande del pubblico, sono gli stessi proprietari palestinesi a smontare le proprie abitazioni o strutture prima dell’arrivo dei mezzi incaricati della demolizione, per cercare di recuperare materiali e beni ancora utilizzabili.
Aida Camp, la memoria dei villaggi perduti
Una parte dell’incontro è stata dedicata ad Aida Camp, il campo profughi situato nei pressi di Betlemme. La sua storia risale al 1948, quando, in seguito alla Nakba, migliaia di palestinesi furono costretti a lasciare le proprie case. Nel racconto di Stella, il campo è diventato il simbolo di una memoria tramandata di generazione in generazione: molti abitanti continuano infatti a identificarsi con i villaggi d’origine delle proprie famiglie, anche quando quei luoghi non esistono più o non sono mai stati conosciuti direttamente.
All’ingresso del campo si trova una grande chiave, simbolo del diritto al ritorno e delle case abbandonate. Sui muri sono visibili graffiti, messaggi di resistenza e tracce delle incursioni militari. Tra le storie ricordate anche quella di un giovane che raccoglie i bossoli dei lacrimogeni e dei proiettili utilizzati durante gli scontri per trasformarli in braccialetti, gioielli e piccoli souvenir destinati ai visitatori.
Il campo si trova a ridosso del muro di separazione, che può essere attraversato soltanto attraverso varchi controllati. Per i palestinesi, hanno spiegato le relatrici, i checkpoint possono comportare attese lunghe e imprevedibili, con conseguenze sulla possibilità di raggiungere il lavoro, la scuola o gli ospedali.
Hebron, tra difficoltà quotidiane e tentativi di ricostruzione
Michela Grasso ha portato il pubblico a Hebron, una delle città in cui la presenza dei coloni israeliani nel centro abitato determina una situazione particolarmente complessa. Secondo quanto raccontato, circa 800 coloni vivono nel cuore della città, in un’area caratterizzata da una forte presenza militare e da numerosi posti di blocco.
La giornalista ha descritto le difficoltà incontrate dai residenti, tra strade che possono essere chiuse senza preavviso, negozi costretti a interrompere l’attività e limitazioni agli spostamenti. In alcune vie del centro storico sono state installate reti sopra i passaggi pedonali per proteggere gli abitanti dai rifiuti e dagli oggetti lanciati dalle abitazioni occupate ai piani superiori.
Accanto alle testimonianze di intimidazioni e violenze, Grasso ha raccontato anche una storia di resistenza civile. Negli anni Novanta il centro storico era fortemente degradato e contava circa 400 residenti. Un comitato locale ha avviato un percorso di recupero degli edifici e di sostegno alle famiglie, anche attraverso contributi economici e la riapertura dei negozi. Oggi, secondo i dati riferiti durante la serata, gli abitanti del centro sono tornati a essere oltre 6mila.
La ricostruzione si confronta tuttavia con difficoltà economiche e restrizioni. Il commercio tradizionale, compresa la produzione artigianale del vetro per cui Hebron è conosciuta, risente anche della crisi del turismo e delle limitazioni che condizionano le attività produttive.
Il diritto allo studio tra checkpoint e arresti
Un altro capitolo del racconto ha riguardato l’università Al-Quds, visitata da Grasso durante il viaggio di luglio. Qui la giornalista ha incontrato studenti e studentesse che le hanno descritto gli ostacoli incontrati nel percorso universitario: dalle difficoltà di connessione a Internet ai raid nei campus, fino agli arresti e ai tempi imprevedibili necessari per raggiungere le sedi di studio.
Particolarmente significativa la storia di Yusra, studentessa di genetica originaria di Hebron. Il viaggio verso l’università, che in condizioni normali richiederebbe circa due ore, può allungarsi notevolmente a causa dei posti di blocco. Per riuscire a frequentare le lezioni, la giovane ha scelto di trasferirsi a Betlemme grazie a una borsa di studio e a un posto in un dormitorio universitario.
Una scelta che restituisce la misura delle difficoltà affrontate anche da chi cerca semplicemente di costruirsi un futuro attraverso l’istruzione. «I palestinesi sono persone esattamente come noi, hanno gli stessi desideri, gli stessi sogni», è il senso del messaggio consegnato da Michela Grasso al pubblico: a cambiare sono le condizioni in cui quei desideri devono trovare spazio.
La giornalista ha raccontato anche la vicenda di Fayez, proprietario di un’azienda agricola nella zona di Tulkarem. La struttura, che comprendeva serre e vasche per l’allevamento dei pesci e forniva prodotti alla comunità locale, è stata demolita dagli stessi proprietari dopo un ordine che imponeva di abbatterla perché troppo vicina al muro. Circa 500 volontari della comunità si sono mobilitati per aiutarli nelle operazioni, ma dell’attività che esisteva fino a poco tempo prima è rimasto soltanto un terreno vuoto.
«Cosa possiamo fare noi?»
Nel confronto finale con il pubblico, il tema si è spostato sulle possibilità di intervenire anche dall’Italia. Le relatrici hanno richiamato l’importanza della testimonianza e della presenza internazionale, ma anche le difficoltà di un lavoro che, secondo Stella, si interroga oggi sulla propria capacità di agire da deterrente di fronte all’intensificarsi delle violenze.
Grasso ha invitato inoltre a seguire il lavoro del collettivo “Da Varese a Gaza”, nato nel territorio per promuovere iniziative di sensibilizzazione e sostegno alla popolazione palestinese. L’obiettivo, nelle parole delle relatrici, è evitare che le testimonianze raccolte rimangano confinate alla singola serata e trasformarle in occasioni di conoscenza, partecipazione e attenzione continuativa.
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