“Trent’anni di contributi e la Sanità che crolla, la mia odissea da cittadino invisibile senza medico di base a Tradate”
La testimonianza di un nostro lettore che mette in evidenza, ancora una volta, la grave situazione dei medici di famiglia in provincia
Pubblichiamo integralmente la testimonianza di un nostro lettore che mette in evidenza, ancora una volta, la grave situazione che riguarda la mancanza dei medici di famiglia in provincia, così come ne avevamo già scritto in questo articolo.
Spettabile Redazione,
vi scrivo tra i morsi di un dolore fisico invalidante e la rabbia repressa di chi scopre, sulla propria pelle, quanto sia fragile e burocratizzato il diritto alla salute nel nostro territorio.
Sono un lavoratore che versa regolarmente i propri contributi da oltre trent’anni. A inizio agosto mi trovo a dover gestire una severa lombosciatalgia riacutizzata, legata a un’ernia risalente a 25 anni fa. Il mio medico di medicina generale mi prescrive una terapia antinfiammatoria prima delle ferie. Al rientro, la triste sorpresa: una raccomandata mi avvisa che il mio medico ha cessato l’attività.
Da quel momento inizia un incubo amministrativo e sanitario assurdo:
Tento la scelta del medico online, ma il portale mi blocca e mi rinvia in farmacia. Vado in farmacia a Tradate, ma la procedura fallisce e vengo scaricato alla Casa di Comunità di via Gradisca.
La prima settimana di settembre mi presento alla Casa di Comunità. Mi viene risposto laconicamente che non ci sono medici disponibili né a Tradate né nell’intero territorio dell’ASST Sette Laghi. Mi consegnano un foglio stampato male, quasi illeggibile, con i contatti degli ambulatori temporanei da chiamare nei primi 45 minuti di reperibilità. Risultato? Un numero non è funzionante e gli altri due indirizzano a una casella vocale costantemente piena e satura, che riattacca la linea
Domenica 6 settembre, con il dolore oramai irradiato alla gamba, alle anche e al pube da non riuscire a stare in piedi, chiamo la Guardia Medica (Continuità Assistenziale). Spiego i sintomi e chiedo indicazioni sulla posologia del cortisone in gocce. Il medico mi aiuta, ma rimarca la necessità di farmi valutare dal medico curante. La risposta della Casa di Comunità nei giorni a seguire? “Provi a chiedere a parenti o amici se i loro medici la accettano in deroga”. Un sistema sanitario pubblico che suggerisce il “favore personale” per garantire la copertura sanitaria fondamentale!
Tra tragitti in auto piegato dal dolore, notti insonni e sforzi estremi per non perdere giornate lavorative, ho contattato direttamente sei medici del territorio (fra telefonate, mail e colleghi bloccati anche dallo sciopero della categoria). Risposta unanime: massimale di pazienti raggiunto, nessuna disponibilità.
Arriviamo a domenica 20 settembre. Dopo settimane di sofferenze, con il dolore acuto che mi provoca il vomito e un’incapacità quasi totale di deambulare, torno a chiamare la Guardia Medica, la quale mi indica di recarmi d’urgenza al Pronto Soccorso. Vi entro a stenti, tra gli spasmi e con il fiato corto.
Inizialmente, la reazione sfogata dal medico di turno è dura: “Noi dobbiamo curare le urgenze, non le patologie pregresse! Questa è una situazione che deve valutare il suo medico curante!”. Ma quando, con la poca voce rimasta, gli spiego che il medico di base non ce l’ho e che non ve ne sono disponibili per migliaia di cittadini sul territorio, il tono cambia e subentra il gelo.
Davanti al mio stato di sofferenza reale, e alla mia amara e provocatoria battuta di essere pronto a tornare poco dopo in ambulanza, è emersa l’umanità e la grande professionalità di quel personale medico e infermieristico. Nonostante la pressione a cui sono sottoposti ogni giorno, si sono presi cura di me, avviando subito le indagini e le terapie del caso.
A questo personale sanitario va tutta la mia solidarietà e stima. Medici, infermieri e operatori si trovano quotidianamente in prima linea a fare da scudo a un sistema sanitario che chiede loro continuamente sacrifici: tagli al personale, turni stremanti, riduzione di risorse, spazi risicati e condizioni di lavoro spesso al limite della sicurezza e della tutela personale. Sono costretti a gestire l’emergenza continua e l’esasperazione dei cittadini, pagando in prima persona le inadempienze di una burocrazia cieca.
Durante la pandemia da COVID-19 ci si era solennemente promessi che la Sanità Pubblica sarebbe stata ripensata, potenziata e strutturata secondo standard qualitativi elevati, umani ed efficaci. Oggi la realtà è sotto gli occhi di tutti: di quei sacrifici sovrumani e di quelle promesse è rimasto solo un sistema stremato, che mira esclusivamente al risparmio di spesa invece che alla tutela della salute dei cittadini e alla dignità di chi ci lavora.
C’è un ulteriore aspetto degradante in questa vicenda. Durante una delle telefonate alla Guardia Medica, prima del ricovero al Pronto Soccorso, mi è stata persino prospettata, come “scorciatoia” per abbreviare tempi e indicazioni terapeutiche, la strada della visita e della prestazione privata o in libera professione. Costi esorbitanti, a carico di chi si trova nel pieno dell’inabilità fisica. È questo il meccanismo spietato a cui stiamo assistendo: la sanità pubblica ritarda, rallenta e paralizza le risposte fino al collasso, spingendo il cittadino all’estremo rimedio di dover pagare di tasca propria ciò che dovrebbe essere un diritto garantito.
Da lavoratore e contribuente mi chiedo: perché, dopo oltre trent’anni di tasse versate puntualmente per far funzionare questo Stato, devo trovarmi ricattato dal dolore ed essere trattato come mera merce da dirottare sul mercato privato? Chi eleguiamo alla guida del nostro territorio fa davvero i nostri interessi? I nostri rappresentanti prendono in considerazione i bisogni reali del cittadino o si limitano a gestire le istituzioni con la freddezza di un’azienda, orientata al taglio dei costi e al mero bilancio? Non possiamo più consolarci con il luogo comune che “tanto sono tutti uguali”. Abbracciare questa rassegnazione significa essere complici, avallare le loro scelte ciniche e strategiche a nostro completo discapito. Chi gestisce la nostra salute come “materiale umano” o con logiche d’impresa va tenuto lontano dalla sete di potere e va sollevato dalle responsabilità pubbliche che ha dimostrato di non saper o non voler onorare.
Ora mi chiedo e chiedo alle nostre amministrazioni comunali, provinciali e regionali: è questo il modello di Sanità che merita un cittadino lavoratore?
Ci troviamo di fronte a un vero e proprio nodo burocratico e amministrativo che sta portando allo sfacelo il welfare locale, nascosto e minimizzato dalle giunte locali e dalle politiche sanitarie regionali. Oltre 15 mila cittadini nell’ASST Sette Laghi si trovano oggi senza un medico di base, lasciati nel limbo di numeri telefonici staccati e caselle vocali intasate.
Si sta violando apertamente il Diritto alla Salute tutelato dall’Articolo 32 della Costituzione Italiana, oltre che il principio di continuità assistenziale sancito dai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Chi non ha mezzi economici o conoscenze è costretto ad abbandonare le cure, trascinarsi al lavoro in condizioni pietose o finire al Pronto Soccorso intasando la gestione delle urgenze, unicamente perché la medicina territoriale è stata smantellata.
Faccio un appello accorato a tutti i cittadini e ai contribuenti di Tradate e dei comuni limitrofi: non rassegniamoci all’incuria e all’abbandono. Cosa lasceremo ai nostri figli se accettiamo passivamente scelte politiche sconsiderate che tutelano logiche di bilancio ed elettorali anziché il bene primario della comunità?
Serve una presa di posizione collettiva e indignata prima che la salute diventi un privilegio per pochi.
Un cittadino indignato e stanco di non essere ascoltato,
L.B.
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