Elezioni in Serbia: Vittoria della Lista degli studenti, Vučić sconfitto. Alfieri a Belgrado per seguire il voto
Il parlamentare del Pd segue il voto anticipato di domenica 25 ottobre nella capitale serba. In mattinata file lunghissime ai seggi. Il suo racconto della vigilia: la sfida tra Vucic e la lista degli studenti, la polarizzazione del Paese e il paragone con l’Ungheria
Aggiornamento nella serata di domenica.
In Serbia, le elezioni parlamentari hanno segnato una svolta politica. La Lista degli studenti, nata sull’onda delle proteste che hanno attraversato il Paese negli ultimi mesi, ha ottenuto una netta vittoria, mettendo fine a oltre dieci anni di dominio politico di Aleksandar Vučić. Secondo i risultati preliminari, il movimento ha conquistato il 52% dei voti e tra 135 e 140 seggi, assicurandosi la maggioranza per governare. Vučić ha riconosciuto la sconfitta, annunciando il passaggio all’opposizione. Un voto interpretato come un vero e proprio referendum sul sistema di potere che ha guidato la Serbia nell’ultimo decennio.
Code lunghissime ai seggi e un’affluenza che sembra superare le attese. È la fotografia che arriva da Belgrado nella mattinata di oggi, domenica 25 ottobre, giorno delle elezioni politiche anticipate in Serbia. A scattarla è il senatore varesino Alessandro Alfieri, nella capitale serba come osservatore internazionale: «A Belgrado questa mattina affluenza straordinaria, ben oltre ogni previsione: le persone si dividono in più file, lunghissime, e aspettano pazienti il loro turno. Qualcosa sta succedendo».
Il parlamentare del Partito democratico è tornato a Belgrado «dopo qualche anno per una serie di incontri e per monitorare le elezioni» e sta documentando con foto e brevi resoconti quello che vede nei seggi e nelle piazze della città.
La sfida: Vucic contro gli studenti
Il voto mette di fronte Serbia Unita, la coalizione guidata da Aleksandar Vucic, «che ha dominato la politica del Paese nell’ultimo decennio», e la lista unita degli studenti, che secondo Alfieri «ha catalizzato le forze di opposizione senza avere un leader, anzi rivendicandolo». Vucic si è dimesso da presidente della Repubblica per guidare la lista del campo di governo e punta a tornare primo ministro, se il Partito progressista serbo e i suoi alleati riusciranno a formare una maggioranza.
Prima del voto, in Serbia sono scattate 48 ore di silenzio elettorale. Giovedì sera le due coalizioni hanno chiuso la campagna: Vucic in un centro sportivo a Novi Beograd, gli studenti in piazza Slavija a Belgrado, dove sono confluite le marce di protesta partite nei giorni precedenti da diverse città serbe. Una manifestazione che Alfieri descrive come «una partecipazione impressionante».

Due anni di proteste dopo la tragedia di Novi Sad
Il senatore ricostruisce il contesto di un voto che arriva «in un clima di forte polarizzazione politica». Le proteste vanno avanti da due anni, dal crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad del primo novembre 2024, che causò 16 morti. «Una tragedia che ha fatto da detonatore di tensioni già presenti e che, a torto o a ragione, ha individuato nella persona del presidente Vucic colui che non è stato in grado di prevenire quel disastro. Come se in qualche modo si fosse rotto il patto sociale in cui il presidente garantiva protezione».
In questi due anni il movimento, guidato dagli studenti universitari, ha dato voce a un malcontento trasversale e ha deciso di presentarsi alle elezioni con la lista “Gli studenti vincono”. Una lista particolare: gli studenti non sono candidati, ma hanno scelto con un voto le persone da inserire, tra professori, liberi professionisti, medici, sportivi, attivisti per i diritti e artisti.
Negli incontri avuti a Belgrado, racconta Alfieri, gli attivisti hanno spiegato di aver avviato la campagna a settembre girando il Paese a gruppi in bicicletta, definendosi «guardiani della Costituzione». Al centro del programma la lotta alla corruzione e la collocazione internazionale della Serbia: verso l’Europa, ma senza differenze significative rispetto al governo sulla Russia e sul Kosovo. «Come Vucic non metterebbero le sanzioni alla Russia per la guerra in Ucraina e manterrebbero una linea di neutralità su conflitti e alleanze».
Il paragone con l’Ungheria
Per il senatore il finale di campagna ricorda quello delle elezioni ungheresi, con due differenze importanti. La prima riguarda la leadership: l’opposizione serba non ha una guida riconosciuta, ma «tanti giovani che stanno crescendo dentro un modello di leadership orizzontale», mentre in Ungheria Péter Magyar aveva riunito le diverse spinte contro Orbán. Un aspetto che, secondo Alfieri, frena una parte dell’elettorato, tentata dal voto ma preoccupata dalla mancanza di esperienza in una fase turbolenta.

La seconda differenza è la tenuta del sistema di potere: quello di Vucic «sembra più resistente di quello di Orbán», anche perché il suo partito non ha subito l’abbandono di figure di peso, come invece accaduto a Fidesz. «L’impressione che sto traendo dagli interlocutori è che Vucic sia più determinato di Orbán nel restare al potere, trasmettendo il messaggio di leader sicuro di sé e di consolidata esperienza». Un profilo che rassicura chi chiede soprattutto stabilità, e infatti in campagna elettorale Vucic ha rivendicato i risultati economici promettendo che con lui «non ci saranno salti nel buio».
«Una corsa serrata»
Secondo quanto riferisce Alfieri, la media dei sondaggi dell’ultima settimana dava la lista degli studenti indietro di circa quattro punti. Ma la partita resta aperta e la polarizzazione si è fatta sempre più marcata, tra la popolazione e anche nel mondo dell’informazione, che invece di essere un potere terzo «si divide a sostegno dei due poli finendo per accusarsi a vicenda».
La conclusione del senatore è pessimista: «La sensazione è che chiunque vinca la Serbia resterà molto instabile. A valle di queste elezioni infatti rischiano di non esserci più luoghi in cui riconoscersi reciprocamente. Un pessimo viatico per il processo di adesione alle istituzioni comunitarie, già rallentato da problemi interni, interferenze straniere e a volte purtroppo anche da alcuni governi europei poco lungimiranti».
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