Ragazzi, droga e solitudine: Simone Feder racconta l’altra faccia del bosco di Rogoredo
Il 22 ottobre Simone Feder presenta a Materia “Nel bosco di Rogoredo”, un viaggio tra dipendenze e marginalità che racconta soprattutto persone, legami e la scelta quotidiana di non voltarsi dall’altra parte
Ci sono sere in cui nel bosco di Rogoredo prendersi cura di qualcuno significa semplicemente pulire una ferita, mettere una garza, fermare il sangue. Gesti piccoli, quasi elementari, che però raccontano molto di più. Perché, scrive Simone Feder dopo una delle sue notti trascorse tra i ragazzi che vivono e consumano droga in uno dei luoghi simbolo della marginalità milanese, «non stai curando soltanto una pelle lacerata. Stai dicendo: io questa ferita la vedo. E vedo anche te».
È dentro questa distanza minima, quella tra una mano che si tende e un’altra che decide di non ritrarsi, che si muove Nel bosco di Rogoredo. L’altra faccia di Milano. Storie di giovani e droga, di resistenza e umanità, il libro di Simone Feder pubblicato da Zolfo Editore. Feder lo presenterà giovedì 22 ottobre a Materia, lo spazio libero di VareseNews a Castronno.
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Il libro nasce da un’esperienza cominciata nel 2017. Da allora, ogni mercoledì sera, Feder entra nel bosco insieme ai volontari del Team Rogoredo. All’origine c’è una domanda della figlia: «Papà, tu che ti occupi di disagio giovanile… hai visto cosa succede a Rogoredo?». Una frase che Feder descrive come un richiamo, dopo il quale voltarsi dall’altra parte non sarebbe stato più possibile.
Il dolore ha un volto
Rogoredo, nelle pagine del libro, smette così di essere soltanto la grande piazza dello spaccio raccontata dalle cronache. Diventa un luogo abitato da nomi, corpi, storie e relazioni. «Nel bosco il dolore ha un volto», scrive Feder. Non è una statistica, ma è fatto di «storie, ferite, vite sospese e persone».
È la stessa realtà che continua a incontrare settimana dopo settimana.

Il 16 settembre Feder raccontava sui social una serata trascorsa soprattutto a medicare i ragazzi. «Molti avevano bisogno di essere medicati, disinfettati, curati». Ma proprio in quel gesto emerge una delle idee centrali della sua esperienza: toccare le ferite con delicatezza, senza giudicare e senza chiedere prima perché una persona sia arrivata fin lì.
Perché le ferite visibili sono soltanto una parte della storia. Nel libro Feder racconta di una ragazza che gli chiede qualcosa per la tosse e poi gli afferra il polso quasi per impedirgli di andare via. Non gli racconta la sua storia e nemmeno il suo nome. Ma quel gesto sembra dire: «sono qui, non dimenticarmi». E con i volontari, alla fine delle serate, torna spesso la stessa consapevolezza: non basta curare ciò che si vede, perché le ferite più difficili sono quelle nascoste.
Una donna, un posto dove dormire, uno spazzolino
A volte la cura prende invece la forma di un posto trovato per la notte.
Il 24 settembre Feder raccontava di una donna incontrata nel bosco che chiedeva aiuto con insistenza. Per lei i volontari riescono a trovare un’accoglienza al Progetto Arca. Un ragazzo del bosco decide intanto di starle accanto per quella notte, per proteggerla.
Poi arriva Elisa. Chiede uno spazzolino e del dentifricio. Da quella richiesta semplicissima nasce un dialogo e affiora una storia familiare dolorosa: «Mia mamma mi sta cercando. Ma io da tanti anni non voglio vederla».
Il rapporto tra madri e figli attraversa anche molte pagine di Nel bosco di Rogoredo. Feder racconta le telefonate che riceve prima ancora di entrare tra gli alberi: «Avete visto mia figlia?», «Mi aiutate a cercare mio figlio?». Legami consumati dalla droga, dalla rabbia, dalla vergogna e da anni di silenzio, che tuttavia spesso continuano a resistere.
Quella stessa sera di settembre, nel bosco, una giovane poliziotta si avvicina a Feder e gli domanda come si possa imparare a rapportarsi con le persone che soffrono. Anche quella domanda diventa parte della risposta.
Perché Rogoredo, scrive Feder, può sembrare una «terra di nessuno», ma dentro quel luogo c’è chi medica, chi chiama un’ambulanza, chi cerca un letto, chi protegge una donna, chi porta uno spazzolino e chi semplicemente si ferma.

Ragazzi sempre più giovani
C’è poi un dato che rende il racconto ancora più duro: l’età di chi entra nel mondo delle dipendenze.
Nel libro Feder descrive adolescenti che arrivano nel bosco perfino con lo zaino scolastico sulle spalle. Ragazzi provenienti da situazioni molto diverse, non necessariamente da contesti di marginalità, accomunati però da una spirale nella quale la sostanza diventa prima promessa di oblio e poi dipendenza.
Nella sua esperienza professionale Feder racconta di avere visto negli anni abbassarsi progressivamente l’età delle persone coinvolte. Nel libro ricorda persino la telefonata ricevuta per un dodicenne con problemi di dipendenza: un segnale che gli fa pensare a un disagio che ha ormai rotto gli argini.
È un tema sul quale è tornato anche il primo ottobre: «Ascolto persone tutto il giorno: genitori disperati, ragazzi sempre più in difficoltà, famiglie che non sanno più come aiutare i propri figli». Ma ciò che incontra tra le giovani ragazze di Rogoredo, scrive, continua a disarmarlo: traumi, solitudine, abbandoni, ferite mai raccontate e, in alcuni casi, pensieri di morte.
Dietro la dipendenza, dunque, c’è spesso molto altro. Ed è proprio quel “molto altro” che Nel bosco di Rogoredo prova a portare in superficie.

«Non sei irrecuperabile»
Feder mette in discussione innanzitutto una parola: irrecuperabile.
Ai ragazzi incontrati insieme ai volontari ripete che nessuno è solo e che una strada può esistere anche quando sembra perduta. Gli strumenti sono apparentemente fragili: dialogo, ascolto, fiducia, presenza. Eppure sono quelli da cui si può cominciare.
Non c’è, nel libro, l’illusione che basti una buona intenzione per salvare qualcuno. Ci sono ricadute, persone che scompaiono, promesse difficili da mantenere, attese lunghissime e sconfitte. La domanda diventa allora cosa significhi restare quando non si può risolvere tutto.
La risposta attraversa le ultime pagine: «Non sempre possiamo salvare, ma possiamo esserci». Il bosco, del resto, per Feder non è soltanto Rogoredo. È ovunque esistano vite dimenticate, periferie umane e persone che rischiano di diventare invisibili. E ogni panino, coperta o parola può diventare un ponte.
È forse qui che le pagine del libro incontrano più direttamente le parole scritte da Feder dopo le sue ultime serate nel bosco: «Non sempre possiamo cambiare una vita. Ma possiamo ascoltare. Non giudicare. Restare».
Perché una medicazione non basta a salvare una vita. Uno spazzolino non risolve una dipendenza. Una notte al riparo non cancella anni di sofferenza. Ma tutti questi gesti dicono a una persona che, almeno in quel momento, qualcuno l’ha vista.
Ed è da lì che può cominciare la cura.
L’incontro a Materia
Simone Feder sarà a Materia, in via Confalonieri 5 a Castronno, giovedì 22 ottobre dalle 21 alle 22.30, per presentare Nel bosco di Rogoredo. L’altra faccia di Milano. L’incontro sarà un viaggio attraverso le storie raccolte nel libro, tra dipendenze, marginalità, resistenza e possibilità di rinascita, mettendo al centro le persone oltre i giudizi e le statistiche.
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