Dalla fabbrica ai dati l’economia diventa immateriale. La finanza è chiamata a reinventarsi
Negli ultimi 20 anni il valore si è spostato dagli impianti agli asset immateriali. Software, dati e capitale umano guidano lo sviluppo. Ma gli strumenti tradizionali non bastano più: crescono capitale proprio e investimenti alternativi
Sono passati solo due giorni dalla conclusione del Festival della finanza per l’economia reale, organizzato dall’università Liuc di Castellanza in collaborazione con Aifi e Confindustria Varese, ma qualche bandierina nella mappa del cambiamento dell’economia, i cui confini tendono a evolvere in prospettiva, si può già piazzare.
Nella giornata preliminare del Festival, la prima l’ha piazzata Giorgio Gobbi, responsabile della sede milanese della Banca d’Italia, che in un intervento sostenuto dai dati ha spiegato cosa è avvenuto in questi ultimi vent’anni.
Secondo Gobbi, per capire come sta cambiando l’economia reale bisogna partire da una trasformazione profonda ma spesso poco visibile, il passaggio dall’economia industriale all’economia della conoscenza.
Il dirigente della Banca d’Italia ha spiegato che fino agli anni Novanta la crescita si costruiva soprattutto su elementi tangibili e concreti: le fabbriche, i macchinari e le infrastrutture. Oggi, invece, il motore dello sviluppo è sempre più immateriale. Parliamo di software, dati, ricerca e capitale umano, che ormai rappresentano una quota crescente degli investimenti, soprattutto nei paesi più avanzati.
L’AUMENTO DELLA CAPACITÀ COMPUTAZIONALE
Questo cambiamento è stato reso possibile da una rivoluzione tecnologica senza precedenti. La capacità di calcolo dei computer è aumentata di diversi ordini di grandezza in pochi decenni, creando le basi per l’esplosione dell’economia digitale. « Da quando ho cominciato a lavorare io – ha sottolineato Gobbi – la capacità computazionale è aumentata di sei ordini di grandezza. Più intuitivamente è come passare dal millimetro al chilometro. Questa è la base dell’economia della conoscenza».
Parallelamente sono cresciute le risorse finanziarie dedicate alla ricerca. Per sostenere questo passaggio, a livello mondiale servono sempre più ricercatori e più investimenti in innovazione. «Se all’inizio del secolo – ha continuato Gobbi – avevamo circa 3000 ricercatori per ogni milione di abitanti, oggi ne abbiamo quasi 4500. Quindi vuol dire che c’è stato un incremento del 50% e nel frattempo la popolazione mondiale è aumentata in modo significativo».
Il risultato è un’economia in cui il valore non è più legato solo a ciò che si può toccare, ma sempre più a ciò che si può conoscere, elaborare e sviluppare.
GLI ASSET IMMATERIALI SONO DIFFICILI DA VALUTARE
Questo passaggio ha implicazioni rilevanti, soprattutto sul piano finanziario. E il modello tradizionale di finanziamento, basato sul credito bancario, mostra sempre più i suoi limiti. Gli asset immateriali sono difficili da valutare e quasi impossibili da usare come garanzia. Un capannone o un macchinario possono essere dati in pegno a una banca. Un po’ più difficile è farlo con un algoritmo o un database. C’è poi un altro aspetto che pesa non poco su questa trasformazione: «In caso di fallimento – dice Gobbi – il loro valore recuperabile è spesso minimo».
MEZZI PROPRI O STRUMENTI ALTERNATIVI PER FINANZIARSI
I dati rivelano che negli ultimi anni, soprattutto in Europa, il credito alle imprese ha rallentato, mentre è aumentato il peso del capitale proprio. Questo significa che le aziende per finanziarsi in questo contesto utilizzano di più i mezzi propri o si affidano a strumenti alternativi. Tra questi, stanno assumendo un ruolo crescente il private equity e il venture capital, forme di investimento più adatte a sostenere progetti innovativi e ad alto rischio.
La seconda bandierina piazzata da Gobbi nella mappa del cambiamento individua un secondo effetto significativo: se in passato il capitale arrivava principalmente dalle banche o dai mercati azionari, oggi si sviluppa una vera e propria “intermediazione del capitale”, che si affianca a quella tradizionale del debito.
Secondo Gobbi, questa evoluzione non è uniforme. Gli Stati Uniti, dove gli investimenti in intangibili sono più elevati mostrano anche una maggiore capacità di finanziare l’innovazione. In Europa, e in particolare in Italia, il ritardo sugli asset immateriali si riflette anche in un sistema finanziario meno adattato a queste esigenze.
Il punto centrale è che economia reale e finanza non possono evolvere separatamente. Se cambia la natura degli investimenti, deve cambiare anche il modo in cui vengono finanziati. In un’economia della conoscenza, il capitale non serve solo a costruire fabbriche, ma a sostenere idee. E per farlo servono strumenti nuovi, più flessibili e più capaci di assumersi rischi.
Il patto necessario tra finanza e imprese: nasce il Festival della finanza per l’economia reale
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