“Il Green Deal si difende unendo clima, industria e interessi dei lavoratori”
L’eurodeputato Pierfrancesco Maran a Materia Spazio Libero analizza la fase più difficile della transizione europea: servono investimenti, produzione nel continente e misure capaci di rendere sostenibile il cambiamento anche per famiglie e lavoratori
«Non basta avere ragione, bisogna creare le condizioni per fare le cose».
Per Pierfrancesco Maran il futuro del Green Deal europeo passa da qui: dalla capacità di tenere insieme gli obiettivi climatici con la competitività, gli investimenti, il lavoro e il consenso dei cittadini. Un equilibrio che oggi è diventato più difficile, in un’Europa attraversata da rapporti politici diversi rispetto a quelli che avevano accompagnato la nascita del piano verde.
È stato questo il filo conduttore dell’incontro ospitato a Materia Spazio Libero, dove l’eurodeputato del gruppo dei Socialisti e Democratici e presidente della commissione Ambiente, clima e sicurezza alimentare del Parlamento europeo ha dialogato con Fulvio Fagiani e Stefano Tarantola, della redazione Clima e Ambiente.
Il confronto è partito dalla domanda che accompagna ormai da mesi il Green Deal: l’Europa sta correggendo alcune norme oppure sta progressivamente smontando il progetto?
Maran ha invitato prima di tutto a leggere la transizione ecologica dentro il nuovo quadro politico europeo.
«L’Unione Europea è un’istituzione di natura politica, non è un’istituzione scientifica» ha spiegato Pierfrancesco Maran. «Il Green Deal si basava e si basa tuttora su evidenze scientifiche, ma è stato frutto della volontà politica dei governi e di una maggioranza allora larga del Parlamento europeo di prendere decisioni importanti».
Oggi, ha osservato, quello scenario è cambiato: molti governi europei hanno posizioni più fredde sulle politiche climatiche e anche gli equilibri all’interno del Parlamento si sono modificati. Da qui una prima considerazione: «Il voto nostro e di tutti gli altri cittadini è essenziale per fare delle politiche. Non basta avere ragione, bisogna creare le connessioni per fare delle cose».
Per Maran, però, una riflessione deve riguardare anche chi il Green Deal lo ha sostenuto fin dall’inizio: «Chi sostiene queste iniziative deve porsi sempre il problema di creare il giusto consenso intorno alle misure e le condizioni per la loro realizzabilità». La revisione di alcune norme, quindi, non è necessariamente un arretramento. Alcuni adattamenti possono essere utili, mentre il rischio è passare da un approccio ideologico a quello opposto: «Se ci sono stati degli afflati ideologici eccessivi nel fare il Green Deal, come dice qualcuno, oggi si rischia di avere un approccio uguale e contrario da parte di chi vuole smontarne dei pezzi».

Competitività: “Il problema principale sono gli investimenti”
Uno dei passaggi più netti dell’intervento ha riguardato il rapporto tra regolamentazione europea e competitività industriale. Secondo Maran, attribuire soprattutto alle norme la perdita di competitività dell’Europa rischia di nascondere il problema principale: «Non penso che la competitività europea oggi sia frenata principalmente dalle norme. Non vuol dire che tutte le norme siano giuste. Penso anche che rivedere continuamente le norme causi a volte più problemi che avere norme migliori».
Maran ha richiamato in particolare il rapporto Draghi e la distanza che separa gli investimenti europei da quelli messi in campo negli Stati Uniti e in Cina: «Nella transizione il problema principale nella competizione con Stati Uniti e Cina è che, tra investimenti privati negli Stati Uniti e investimenti pubblici in Cina, stiamo parlando di un ordine di grandezza non comparabile a quello che mette in campo l’Europa».
Il limite, secondo l’eurodeputato, sta anche nella struttura stessa dell’Unione: Bruxelles dispone di importanti poteri legislativi in materia ambientale, ma non di risorse economiche paragonabili a quelle gestite dai singoli Stati. «Noi abbiamo lasciato il progetto europeo a metà» ha sintetizzato Maran. «I trattati ti consentono di fare delle leggi e hai un uso ampio della potestà legislativa in tema ambientale, ma non hai delegato le risorse per mettere a terra questi cambiamenti».
“La transizione o la accompagni o non ce la fai”
Da qui nasce un altro nodo centrale: la sostenibilità sociale del Green Deal. Per Maran la decarbonizzazione non può essere separata dalle sue conseguenze economiche per famiglie, lavoratori e imprese. «La transizione è faticosa per ognuno di noi, ed è a maggior ragione complicata per aziende e imprese che devono competere in una scala dove magari tu hai delle regole e quelli fuori non ce le hanno. La transizione o la accompagni o non ce la fai».
Il tema è emerso con particolare evidenza parlando di auto elettrica. In Italia, ha ricordato Maran, la quota di vendite resta inferiore rispetto a molti altri Paesi europei e una delle ragioni è il prezzo_ «Se tu ti puoi permettere un’auto da cinquantamila euro non c’è problema a fare una scelta più ecologica. Se costa il trenta per cento in più, invece, c’è un problema».
Per questo uno degli obiettivi dovrebbe essere arrivare rapidamente a un’utilitaria elettrica prodotta in Europa con un prezzo accessibile: «Come una volta ci si comprava la Panda o la Uno per il rapporto qualità-prezzo. Oggi quel modello non c’è».
Maran ha citato anche l’esperienza francese del social leasing, pensato per accompagnare anche le fasce di reddito medio nell’acquisto di un’auto elettrica con rate sostenibili. Ma la mobilità, ha sottolineato, non può essere ridotta all’automobile: «Ricordiamoci che l’auto è uno dei pezzi della mobilità. L’altro problema è che non stiamo più investendo quanto dovremmo sul trasporto pubblico, che è il pezzo centrale della sostenibilità».

Il Green Deal come politica industriale
Nel corso dell’incontro Maran ha contestato anche una lettura esclusivamente ambientalista della transizione: «Il Green Deal è una politica industriale volta alla decarbonizzazione, ma è una politica industriale».
Lo stesso passaggio all’auto elettrica, ha ricordato, era stato sostenuto con forza anche dalle industrie automobilistiche europee, convinte di poter conquistare quote importanti del mercato cinese. Una previsione che non si è realizzata. «Se vuoi, l’errore politico dell’Europa è stato mettere la bandierina su un obiettivo industriale, incidentalmente condivisibile perché avrebbe portato a una forte riduzione delle emissioni, ma che era fortemente voluto dalle aziende automobilistiche tedesche perché pensavano di farcela. Il problema è che a distanza di cinque anni non ce l’hanno fatta».
Da qui la necessità, secondo Maran, di legare la transizione anche alla tutela della produzione europea. L’eurodeputato ha citato gli strumenti europei che puntano a evitare che le imprese del continente siano penalizzate rispetto a produttori che operano con standard ambientali inferiori e ha insistito sul principio della “preferenza europea”: «Non possiamo dire alle aziende europee: tu devi rispettare queste regole, ma se il nostro vicino nordafricano, turco o cinese non le rispetta è andata così».
La sfida è dunque decarbonizzare senza trasferire altrove la produzione. «L’unico modo di difendere gli obiettivi climatici è dimostrare che c’è un punto di intersezione con gli interessi dei cittadini e dei lavoratori. Altrimenti non ce la facciamo a tenere l’attenzione politica e sociale necessaria per ottenere questi risultati».
Trasporto pubblico, energia e innovazione
Nel dibattito con il pubblico si è parlato anche di trasporto collettivo, rinnovabili e futuro del sistema energetico. Sul trasporto pubblico Maran ha indicato due problemi che ormai riguardano gran parte dell’Europa: la scarsità di autisti e la difficoltà a garantire risorse pubbliche sufficienti per mantenere e aumentare i servizi.
Per questo guarda anche alla guida autonoma come possibile risposta di lungo periodo: «Se non hai gli autisti e non hai soldi comunque per pagarli devi inventarti un’altra cosa. Io credo che la guida autonoma, ad oggi, sia una delle strade a cui possiamo tendere».
Sul fronte energetico, invece, l’obiettivo resta «elettrificare l’elettrificabile», facendo crescere contemporaneamente produzione rinnovabile, reti e sistemi di accumulo.
Maran ha ricordato anche le lunghe procedure autorizzative italiane: «Ci sono migliaia di richieste per impianti di energia rinnovabile bloccate. Non vuol dire che tutti gli impianti siano giusti, ma possiamo metterci sei anni per dare un sì o un no? Cosa ci vieta di dirglielo in sei mesi?».
Quanto al nucleare, l’eurodeputato ha distinto tra gli impianti tradizionali e la ricerca sulle nuove generazioni: «Nei prossimi dieci anni dobbiamo fare solare, eolico, capacità di accumulo e le cose che sappiamo fare in pochi mesi. Ma sul nucleare di prossima generazione dobbiamo essere protagonisti della ricerca, altrimenti nel 2040 non saremo pronti».

“Sul clima oggi l’Europa deve tenere la posizione”
L’ultimo passaggio dell’incontro ha riguardato il ruolo internazionale dell’Europa nelle politiche climatiche. Per Maran questa è una fase in cui l’Unione deve soprattutto difendere i risultati raggiunti e continuare a costruire alleanze. «Ci sono momenti storici dove riesci ad avanzare e altri in cui devi tenere botta. Questo è uno dei momenti in cui devi tenere botta e l’Europa sta facendo questo ruolo nei consessi internazionali».
Anche strumenti molto contestati, ha sottolineato, stanno producendo effetti oltre i confini dell’Unione, spingendo altri Paesi ad adottare meccanismi simili a quelli europei. Il punto, tornando alla tesi iniziale dell’incontro, resta però la capacità politica di fare della transizione non soltanto una serie di obiettivi ambientali, ma un progetto riconoscibile anche sul piano economico e sociale.
Per Maran è proprio su questo equilibrio che si giocherà la possibilità di conservare il Green Deal: continuare a ridurre le emissioni, ma facendo in modo che industria, lavoratori e cittadini vedano nella transizione anche un interesse concreto.
TAG ARTICOLO
La community di VareseNews
Loro ne fanno già parte
Ultimi commenti
lenny54 su Entrano in vigore le nuove tariffe "metropolitane", Saronnese e Busto più vicine a Milano
Felice su Fucile d'assalto e mitragliette nella casa dell'ex ispettore di Malpensa
lenny54 su In vendita casa Bossi, villa simbolo della "Lega di una volta"
lauralaura su Ospedali troppo caldi: la Regione comprerà i condizionatori
gcbiakmw su Lo spinello fa male
Rita Campiotti su Torna IceOut, qual è la vostra gelateria preferita?










Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.