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Badanti e caregiver, Carmela Tascone: «Manca una rete, servono più dignità e formazione»

La presidente del patronato Acli di Varese racconta come è cambiato il mondo dell'assistenza familiare e perché la cura degli anziani non autosufficienti resta un lavoro di serie B. Sarà tra i relatori dell'evento a Materia Chi si prende cura di noi?

70anni di Acli Varese

«Il bisogno vero è che la persona affidata abbia un’assistenza qualificata». Carmela Tascone è presidente del patronato Acli di Varese. Da anni, insieme al suo team, segue la ricerca e l’inserimento di colf e badanti per famiglie con persone anziane o disabili, un osservatorio privilegiato su un fenomeno sociale in continua trasformazione.

Perché le Acli si occupano di questi temi e con quali soggetti siete in relazione?

«Ci occupiamo di queste tematiche da molti anni, in particolare della ricerca di colf e badanti, più correttamente definite assistenti familiari. Il nostro servizio è rivolto soprattutto a persone anziane e disabili, ed è proprio da lì che emerge il bisogno di trovare chi possa assisterle. Organizziamo incontri con chi cerca lavoro, facciamo un primo screening e una sorta di intervista per cogliere le specificità di chi si propone. Poi incontriamo la famiglia per capire il bisogno e le caratteristiche richieste, e organizziamo l’incontro tra le due parti. Se l’esito è positivo, seguiamo il contratto di assunzione, le buste paga e tutto l’iter successivo».

Come è cambiato questo fenomeno negli ultimi anni?

«È una questione molto interessante. In passato le badanti cercavano soprattutto la convivenza, perché arrivavano nel nostro Paese senza casa e senza nulla, quindi l’alloggio presso la persona da assistere era una necessità. Con il tempo si sono radicate nel territorio, hanno costruito le proprie relazioni, magari il marito o la moglie le hanno raggiunte qui. Questo ha cambiato tutto: oggi molte non sono più disponibili ventiquattr’ore su ventiquattro, ma solo per alcune ore al giorno, e questo ha avuto riflessi importanti sulle famiglie».

Nel vostro osservatorio, di che numeri parliamo in provincia di Varese?

«Non saprei dare numeri precisi, ma il nostro osservatorio è comunque rilevante. Ogni anno c’è un turnover significativo: quando una persona non è più disponibile si crea un momento di esubero di richieste, e molto dipende anche dalla stagione. Oggi facciamo fatica a trovare assistenti familiari disposte alla convivenza. Su questo si potrebbe aprire una riflessione, perché non si riconosce a questa attività la stessa dignità di altre professioni. Dovrebbe essere considerata un’attività sociale di grande rilevanza, mentre spesso le famiglie non investono in formazione: hanno bisogno subito, anche se la persona non conosce la lingua o le abitudini della casa, e questo genera difficoltà di comunicazione e altri problemi. Il tema vero è dare pari dignità a un lavoro che, pur essendo regolare, viene considerato di serie B. Poi, certo, nascono anche relazioni autentiche: chi assiste si affeziona, si creano legami veri, fatta la tara delle situazioni più complicate».

Che percentuale c’è tra assistenti familiari italiane e straniere?

«Nella maggioranza dei casi sono straniere, in particolare dell’Est Europa».

Com’è la relazione con gli altri soggetti che si prendono cura delle persone più fragili, penso ad esempio a Spi Cgil o Federsolidarietà?

«Ogni realtà sviluppa le proprie relazioni per conto suo. Questo, secondo me, è già un problema: manca una rete, un osservatorio che guardi il fenomeno nel suo insieme. Ognuno vede le proprie problematiche, ma non c’è un’interpretazione condivisa. Se si mettono insieme più soggetti si può dare una lettura più oggettiva della questione, e questo permetterebbe di costruire davvero un servizio globale alla persona. Faccio un esempio banale: quando c’è l’assistenza domiciliare integrata, l’infermiera che deve applicare una flebo o gestire un catetere spesso, dopo una o due volte, lascia il compito all’assistente familiare, senza una formazione condivisa su questi aspetti. È una prateria dal punto di vista dell’intervento sociale, ma come sempre a farla da padroni sono i costi, più che l’interesse vero a custodire le persone».

Qual è l’intervento che ritiene più urgente su questo fronte?

«L’intervento più urgente è costruire un servizio alla persona più attento e qualificato. Gli anziani rischiano di trovarsi nelle mani di persone non adeguatamente formate: la situazione è molto diversa se ci sono parenti o figli presenti rispetto a quando non ci sono. Il bisogno resta che la persona affidata abbia un’assistenza qualificata, questo è il primo tema. E ripeto, anche costruire la rete tra i soggetti coinvolti non è affatto secondario».

L’evento a Materia

Carmela Tascone sarà tra le protagoniste dell’incontro promosso da Confartigianato Imprese Varese “Chi si prende cura di noi?”, in programma mercoledì 30 settembre alle ore 18 a Materia, dedicato alla non autosufficienza e al ruolo dei caregiver familiari, tra servizi pubblici, cooperazione sociale, volontariato e nuove tecnologie. Insieme a lei interverranno Maurizio Martegani (presidente Federsolidarietà), Giacomo Licata (segretario Spi-Cgil), Martino Villani (direttore Cvs Insubria)  per discutere come costruire reti di assistenza più efficaci e vicine ai bisogni delle persone e delle loro famiglie.

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Redazione Saronnonews
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Pubblicato il 15 Settembre 2026
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