“Dalla mia aula vidi il fumo delle Torri Gemelle colpite a morte. Ma New York seppe reagire”
Maksim Horowitz, gm della Pallacanestro Varese, aveva 6 anni l'11 settembre 2001 e si trovava a scuola a Brooklyn. "La maestra in lacrime, la carta incendiata nell'aria: ricordare è doloroso ma lo dobbiamo alle vittime degli attentati"
Venticinque anni fa, a New York, la mattina era appena iniziata quando il primo dei due aerei dirottati dai terroristi – un Boeing della American Airlines – si schiantò sulla Torre Nord del World Trade Center, seguito un quarto d’ora più tardi dal secondo velivolo che colpì la Sud delle Torri Gemelle. In un’aula di Brooklyn, a pochi chilometri in linea d’aria, un bambino di 6 anni aveva da poco iniziato la sua giornata scolastica e ricorda con apprensione, ma anche con nitidezza, quei momenti terribili.
Maksim Horowitz (nel riquadro della foto in alto) oggi è general manager of basketball strategy di Pallacanestro Varese, vive da tre anni nella nostra città ma non ha dimenticato una giornata che ha cambiato le sorti recenti dell’umanità. E che, pur nella tragedia, riuscì a risvegliare una forte senso di appartenenza e di orgoglio in tutta la città.
Il fumo e le lacrime
«Avevo solo 6 anni, è vero, ma ricordo distintamente quello che accadde quel giorno e in quelli successivi – racconta Horowitz a VareseNews – a partire dai momenti successivi all’attentato. Non potemmo scorgere l’impatto degli aerei, però dalla finestra della nostra aula vedemmo alzarsi una densa colonna di fumo e lo dicemmo subito all’insegnante. Lei, poco dopo, scoppiò in lacrime mentre noi bambini non capimmo esattamente la situazione». Nell’istituto scattarono le misure di sicurezza: «Ci portarono nell’atrio dove restammo per due ore, in attesa dell’arrivo dei genitori che erano stati chiamati per farci tornare a casa».
Una volta all’aperto, i segni della tragedia erano letteralmente nell’aria. «Abitavo molto vicino alla scuola, saranno stati 5′ a piedi – prosegue Horowitz – ma in quel breve tragitto vedemmo volare nell’aria della carta bruciata: fogli e documenti portati dal vento che provenivano dalle torri. E poi c’era il fumo che aveva attraversato il fiume (l’East River ndr) e che abbiamo respirato prima di raggiungere il nostro appartamento».

La reazione di New York
Nei giorni successivi però, Max ricorda il grande fermento che si visse in tutta la città. Una voglia di rivalsa, di unione, di ribellione a quanto era accaduto. «Tornammo a scuola dopo qualche tempo perché era già prevista una pausa dalle lezioni e ricordo distintamente che al nostro rientro, oltre alla tristezza per gli attentati e per le vittime, c’era anche una grande energia in tutta New York. Una unità di intenti che ho rivisto solo in occasione delle grandi vittorie sportive, quella degli Yankees nel baseball del 2009 o quella degli Knicks in NBA quest’anno. È vero, avevamo avvertito emozioni orribili per via degli attentati, però la città aveva cambiato volto, come se stesse dicendo “Non possiamo essere sconfitti dal male, dobbiamo reagire al terrorismo”. E, in qualche modo, è stato bello sentire quella reazione».
Il lutto e la commemorazione
Maksim Horowitz non conosceva personalmente alcuna delle vittime dell’attacco alle Torri Gemelle, ma rivela un particolare da brividi. «Mio papà lavorava spesso al World Trade Center: in quei giorni, per motivi che non ricordo, non era laggiù ma spesso si recava in un ufficio dentro una delle Torri. Io come ripeto ero troppo piccolo per conoscere persone scomparse nell’attentato, però tanta gente a New York è stata colpita in prima persona: in molti hanno perso un parente o un amico e quasi tutti conoscevano almeno qualcuno che aveva avuto un lutto. Parlare oggi, 25 anni dopo, degli attentati non è per me un ricordo piacevole, però credo sia doveroso omaggiare le persone che sono morte, innocenti. Va fatto per loro, va fatto perché certe cose non avvengano più».
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