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Data center oggi al centro dell’economia: la Lombardia prima Regione al lavoro per una legge di regolamentazione

In assenza di una legge quadro nazionale, la Regione ha scelto di muoversi per prima in Italia con un proprio progetto di legge "Disposizioni in materia di insediamento di centri dati"

data center

La Lombardia è oggi il principale hub italiano dei data center, e l’iniziativa legislativa della Regione si spiega proprio con la pressione che il fenomeno esercita sul territorio. Le strutture attive al 2024 sono 67, su 168 censite nel Paese: oltre un terzo del parco nazionale.

Il baricentro geografico è milanese: i grandi cantieri e i progetti in valutazione di impatto ambientale si addensano nella cintura del capoluogo, Settimo Milanese, Vittuone (dove Data4 sviluppa un campus da un miliardo di euro), Lacchiarella (Apto, cinque edifici per 3,4 miliardi), Rho-Pero (Amazon Web Services), Peschiera Borromeo e San Bovio Settala (Microsoft), mentre fuori dal milanese si segnalano il polo Microsoft di Bornasco nel Pavese e il progetto Eni-Mgx-G42 a Ferrera Erbognone, sempre nel Pavese, che potrebbe arrivare fino a un gigawatt di potenza. Altre province, fra cui Varese, restano per ora ai margini.

In assenza di una legge quadro nazionale, la Regione Lombardia ha scelto di muoversi per prima in Italia con un proprio progetto di legge “Disposizioni in materia di insediamento di centri dati”, approvato dalla Giunta il 17 novembre 2025 su proposta del presidente Attilio Fontana e di quattro assessori – Sertori (Enti locali, Montagna e Risorse energetiche), Gianluca Comazzi (Territorio e Sistemi verdi), Giorgio Maione (Ambiente e Clima) e Guido Guidesi (Sviluppo economico).

Il provvedimento qualifica i data center come insediamenti produttivi ai fini del contributo di costruzione, attribuisce alla Regione il governo delle procedure autorizzatorie, a partire dall’Autorizzazione Integrata Ambientale, oggi in capo a Province e Città metropolitana di Milano, e definisce una gerarchia di priorità localizzative: prima le aree dismesse, contaminate, degradate, inutilizzate, sottoutilizzate o potenzialmente contaminate; dopo, e solo dopo, le aree agricole, scoraggiate da un contributo di costruzione maggiorato destinato a interventi compensativi di riqualificazione urbana e territoriale.

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Sul fronte energetico la legge chiede di privilegiare le fonti rinnovabili, il riutilizzo del calore di scarto per teleriscaldamento e per le comunità energetiche, e secondo la versione approvata dalla Giunta soluzioni di raffreddamento che escludano l’uso di acqua prelevata dal pubblico acquedotto.

Il testo arriverà al voto finale dell’Aula martedì 26 maggio. Ed è proprio in questa fase delicata che la mediazione politica si è giocata oggi a Palazzo Pirelli.

Il vertice con i sindaci, due le modifiche annunciate

Giovedì 21 maggio un incontro in Regione ha visto sedersi al tavolo il relatore del provvedimento Jonathan Lobati (Forza Italia), una rappresentanza dei gruppi consiliari di maggioranza e opposizione e una delegazione dei sindaci che nelle scorse settimane avevano firmato – in oltre cinquanta – un appello chiedendo più tempo e maggiore attenzione alle istanze dei territori. Ne sono uscite due correzioni significative al testo, entrambe a favore dei Comuni.

La prima: l’accesso al meccanismo delle compensazioni economiche legate alle nuove infrastrutture non sarà precluso alle amministrazioni locali. La seconda: il tempo a disposizione dei Comuni per adeguare i propri strumenti urbanistici alle disposizioni della futura legge regionale passa dai sei mesi originariamente previsti a un anno, all’interno di un sistema che sostituisce gli automatismi sanzionatori con meccanismi premiali.

data center server

A farsi portavoce della delegazione dei primi cittadini è stata Ilaria Scaccabarozzi, sindaca di Gorgonzola. Gli amministratori locali firmatari avevano chiesto un supplemento di approfondimento su una normativa giudicata strategica ma complessa, evidenziando il peso degli impatti ambientali, energetici e urbanistici e la necessità di un più puntuale rispetto delle competenze comunali. Al termine dell’incontro i sindaci hanno espresso soddisfazione per l’apertura al confronto, definendo un segnale importante l’attenzione mostrata dalla Regione verso le comunità locali.
«Da sempre nella predisposizione e definizione di questo provvedimento abbiamo messo al primo posto le istanze dei Sindaci», ha sottolineato Lobati, ricordando come già a inizio febbraio, in occasione della prima audizione sul tema, ci fosse stato un confronto diretto con ANCI. Il relatore ha rivendicato un percorso articolato e approfondito iniziato in Commissione a dicembre 2025 e arrivato al voto il 23 aprile scorso, al termine di numerose audizioni.

Dai banchi della minoranza le voci non sono state univoche. Matteo Piloni (PD) ha insistito sulla necessità di rafforzare il ruolo dei Comuni dentro la legge e di costruire un collegamento più solido tra copianificazione e autorizzazione unica regionale. Il collega Simone Negri (PD) ha messo l’accento sul rispetto concreto dell’autonomia locale in materia di pianificazione, sulla necessità di evitare la concentrazione di data center in poche aree e sull’opportunità di una destinazione urbanistica ad hoc, che lasci ai Comuni la facoltà di individuare aree dedicate. Michela Palestra (Patto Civico) ha richiamato la portata della norma sulla pianificazione comunale, chiedendo che i sindaci ne siano protagonisti. Onorio Rosati (Alleanza Verdi e Sinistra) ha apprezzato alcune aperture, ma le ha giudicate insufficienti: per il consigliere manca soprattutto «l’obbligo di realizzare i nuovi data center solo e unicamente su aree dismesse o da bonificare».

Le soglie di potenza e la base tecnica

Il provvedimento si innesta sulle Linee guida regionali già approvate con la DGR 2629 del giugno 2024, che restano la base tecnica di riferimento e che fissano due soglie di potenza dirimenti: sopra i 10 MW il data center è di rilevanza sovracomunale, con copianificazione fra Comuni e Province; sopra i 50 MW è di rilevanza regionale, con coinvolgimento diretto di Palazzo Lombardia. Sono questi i due valori-spartiacque che decideranno, nei prossimi anni, chi avrà voce in capitolo sui singoli progetti.

Varese, un quadro per ora più contenuto

In provincia di Varese il fenomeno è oggi marginale, almeno per quanto riguarda le strutture in colocation censite dai registri internazionali (Datacenter Map, Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, Cushman & Wakefield). L’unica infrastruttura di rilievo è il data center BR4 di Elmec Informatica a Brunello: 2,4 megawatt di potenza, certificazione Tier IV dell’Uptime Institute, edificio costruito bonificando un’ex area industriale di circa tredicimila metri quadrati, alimentazione integralmente da fonti rinnovabili e un indice di efficienza energetica (PUE) di 1,15, contro una media globale che si attesta intorno a 1,6.

Un modello che, paradossalmente, anticipa diversi requisiti che la nuova legge regionale si propone di rendere standard: bonifica di area dismessa, rinnovabili, raffreddamento efficiente, riuso del suolo.

Il contesto nazionale ed europeo

La regolazione lombarda si muove in un vuoto normativo che non è solo italiano. A livello nazionale, le uniche cornici disponibili sono finora le linee guida del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica varate nell’agosto 2024 e la strategia per l’attrazione degli investimenti esteri pubblicata dal MIMIT nel luglio 2025. Sono in discussione un procedimento autorizzativo unico nazionale e un decreto Energia che fisserebbe paletti ai consumi.

A livello europeo, il riferimento è la Direttiva 2023/1791, che ha collocato il settore delle tecnologie dell’informazione fra quelli a maggiore intensità energetica e ha introdotto un sistema unionale di classificazione della sostenibilità dei centri dati. In tutta Europa, intanto, gli hyperscaler stanno facendo i conti con tempi di connessione alla rete che in alcune aree possono superare i cinque anni: la disponibilità di potenza elettrica è diventata, più dello spazio fisico, il vero collo di bottiglia degli investimenti.

In questo scenario, la Lombardia si presenta come prima Regione italiana a darsi una propria legge sui data center, con l’auspicio – come ha più volte rivendicato la Giunta – di anticipare l’intervento dello Stato e di offrire al settore quelle regole certe che oggi mancano. Mentre fuori dai Palazzi, sul territorio, parte dei sindaci che hanno firmato l’appello continuano a chiedere di essere protagonisti – e non semplici ratificatori – dei processi di trasformazione che attraverseranno i loro Comuni.

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Pubblicato il 21 Maggio 2026
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