Caro energia: cosa significa per la provincia di Varese
Secondo l'analisi dell’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese Varese, una piccola impresa metalmeccanica varesina paga oggi l'elettricità il 30% in più della media europea
Una piccola impresa metalmeccanica varesina paga oggi l’elettricità il 30% in più della media europea, oltre il 50% in più di un concorrente francese. Tradotto in cifre, su un’azienda da cento dipendenti vuol dire poco meno di trecentomila euro di costi in più ogni anno. Quei soldi non escono dal nulla: si scaricano sui posti di lavoro, sui prezzi al consumo, sul gettito dei comuni.
IL CASO CONCRETO UN CAPANNONE TIPO
Un’analisi dell’Ufficio Studi su cosa la crisi energetica sta facendo, davvero, alla provincia. Provate a immaginare un capannone qualsiasi della cintura di Busto Arsizio. Cento dipendenti, lavorazioni meccaniche di precisione, forni elettrici accesi cinque giorni su sette, una commessa che vale il quarantacinque per cento del fatturato e che parte ogni mese verso un cliente tedesco. È il profilo medio di centinaia di imprese del territorio. Quel capannone, nel 2025, ha pagato circa duecentottantacinquemila euro di elettricità in più di un capannone identico, con la stessa potenza installata e gli stessi consumi, situato nella regione di Lione. Non è un’opinione, è un calcolo.
I NUMERI DEL DIVARIO EUROPEO
I dati Eurostat sui prezzi industriali del primo semestre 2025 collocano l’Italia a 278 euro per megawattora contro i 183 della Francia, i 242 della Germania, i 171 della Spagna e una media europea di 216 euro.
Per un’impresa che consuma tre gigawattora l’anno – un dato medio per la metalmeccanica di precisione varesina – il differenziale rispetto alla Francia fa proprio quella cifra: duecentottantacinquemila euro in un anno solare. È una somma che vale, da sola, lo stipendio annuo di sette o otto operai. È quello che l’azienda non investe in macchine nuove, non distribuisce come premio di produzione, non lascia in utili reinvestibili.
UNA CRISI STRUTTURALE NON EMERGENZIALE
Il blocco dello Stretto di Hormuz, in atto dalla fine di febbraio 2026 dopo l’escalation in Medio Oriente, ha riportato il tema in cima all’agenda nazionale. Ma per la provincia di Varese il caro energia non è una notizia di queste settimane: è una condizione strutturale che dura da quattro anni. Banca d’Italia, nello scenario avverso del Bollettino economico di aprile 2026, mette il 2026 a crescita zero e segnala il rischio di stagflazione l’anno successivo, individuando proprio la pressione energetica come canale principale di trasmissione dello shock all’economia italiana.
L’Ufficio parlamentare di bilancio, certificando la manovra 2026, ha scritto che le risorse disponibili per attutire il colpo sono già impegnate per intero, riducendo lo spazio fiscale rispetto al 2022.
UN PAESE PIÙ ESPOSTO DEGLI ALTRI
Il Paese è strutturalmente più esposto della media europea. I dati Eurostat documentano che l’Italia importa il 73,9% dell’energia che consuma, oltre cinquanta punti sopra l’Unione, e che la quota è cresciuta tra il 2022 e oggi.
L’Agenzia internazionale per l’energia stima che nel 2025 produciamo 117,8 TWh di elettricità da gas, quasi il triplo della media UE — siamo il primo Paese europeo per questa fonte.
Significa che ogni shock sui prezzi del gas, come quello in corso, finisce nelle bollette industriali italiane in modo molto più diretto che in quelle francesi o tedesche.
IL PESO DELLE PICCOLE IMPRESE
Sotto le medie nazionali, però, c’è un dato che il dibattito tende a non vedere. Le micro e piccole imprese italiane, quelle sotto i cinquanta addetti, generano oltre il trenta per cento del valore aggiunto manifatturiero del Paese, contro circa il dieci per cento della Germania. Significa che quando l’energia colpisce le piccole imprese in Italia, non colpisce un segmento marginale dell’economia: colpisce il telaio. Ed è il telaio della provincia di Varese, dove il tessuto produttivo è fatto, in larga prevalenza, di imprese sotto i venti dipendenti, integrate in filiere di rango più alto e specializzate in lavorazioni che richiedono forni, presse, compressori, celle frigorifere, essiccatori. Tutto ciò che consuma corrente in modo non comprimibile.
FILIERE ENERGIVORE E TERRITORIO
Secondo i dati della Camera di Commercio, alla fine del 2025 il territorio registra 56.588 imprese attive, di cui oltre il 33% — quasi diciannovemila — sono imprese artigiane: una incidenza superiore alla media lombarda (28%) e a quella nazionale (24%). La provincia è la quinta in Italia per densità manifatturiera, con 5,7 imprese per chilometro quadrato, ben sopra la media nazionale di 1,4. Il tessuto produttivo varesino è fatto in larga prevalenza di piccole e micro imprese che fanno cose, e che usano molta energia per farle. Le specializzazioni più radicate – metalmeccanica di precisione, gomma e plastica, tessile tecnico, lavorazioni conto terzi, cartotecnica – condividono una caratteristica: usano molta energia elettrica e gas in proporzione al fatturato.
DISTRETTI SOTTO PRESSIONE
Il distretto della gomma e plastica del basso varesotto, con epicentro tra Castellanza, Olgiate Olona e Cassano Magnago, conta circa 500 imprese e 10.400 addetti: Varese è la prima provincia italiana per fabbricazione di materie plastiche. Il distretto tessile della Valcuvia e della media valle dell’Olona, riconvertito negli ultimi anni nella nicchia dei tessuti tecnici per automotive, medicale e compositi, conta circa 850 imprese e oltre 13.000 lavoratori diretti, con altri 3.800 nella logistica e manutenzione specializzata.
La metalmeccanica concentrata tra Busto Arsizio, Gallarate e Saronno lavora in larga parte come subfornitura per l’automotive tedesco e per la meccanica strumentale italiana.
COMPETIZIONE E LIMITI DELL’EFFICIENZA
Tutte queste filiere hanno una caratteristica comune che le rende vulnerabili: i loro clienti hanno alternative europee a prezzi più bassi. Un buyer tedesco che confronta un fornitore varesino con uno ceco o portoghese vede, sull’energia, un differenziale che pesa sul prezzo finale. Non sempre vince il varesino. Il punto è che il differenziale di prezzo dell’energia non si recupera con l’efficienza. Le imprese varesine hanno fatto, nell’ultimo decennio, tutto quello che si poteva fare sui consumi: motori a inverter, illuminazione LED, recuperi termici, isolamento dei capannoni, monitoraggio in tempo reale. La parte residua è strutturale.
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