Musica oggi: globale nei mezzi, tribale nelle esperienze
La musica non unisce più tutti: unisce qualcuno. E quel qualcuno, per qualche ora, diventa casa
Ho chiesto a un gruppo di giovani tra i ventiquattro e i trent’anni se conoscessero un progetto musicale che si chiama LSR/CITY. Mi hanno guardato con educata perplessità e mi hanno risposto di no. Ci sono rimasto un po’ male. All’alba dei miei sessantun anni ero convinto, ingenuamente, che fosse un nome noto tra i giovani. Allora ho provato a spostare il tiro, sul più “ovvio” possibile. Ho chiesto: ma voi ascoltate Taylor Swift? Risposta corale: no.
A quel punto, più che deluso, ero sinceramente incuriosito. Ho fatto l’unica domanda sensata: che tipo di musica ascoltate? Le risposte sono arrivate tutte diverse: jazz, rap, pop, soft rock. Nessuna maggioranza, nessun centro. Solo isole. È stato lì che ho capito una cosa semplice e insieme spiazzante: il mondo musicale, anche tra i giovani, non è più un territorio comune. È globalizzato, sì, ma anche estremamente parcellizzato. E soprattutto non è più un linguaggio universale: è una forma di appartenenza.
E mentre li ascoltavo elencare generi diversi come se stessero descrivendo quattro mondi non comunicanti, mi è venuto da pensare che questa scena non riguarda solo Spotify. Assomiglia all’aria del tempo. Da qualche anno sentiamo dire che la globalizzazione, così come l’abbiamo conosciuta, si sta incrinando: il pianeta si organizza in blocchi, le catene economiche si riaccorciano, la fiducia tra sistemi si fa più fragile, e perfino il linguaggio pubblico si polarizza. Ecco: la musica, che per definizione viaggia oltre i confini, oggi ci mostra una cosa curiosa. È globale nei mezzi, ma spesso è tribale negli esiti: non crea più un “noi” generazionale, crea appartenenze più piccole, intensissime, con un nome e un perimetro.
Eppure, proprio lì, mi è venuta addosso un’altra evidenza. Perché io, se guardo la mia vita, non ho mai ascoltato “una musica”. Ne ho ascoltate tante, e in modo diverso in tempi diversi. Sono affezionato ai cantautori della mia gioventù, Battiato, Guccini, Bennato, De André, e poi Vecchioni, come ci si affeziona a una lingua madre. Poi c’è stata la fase della musica classica: ho dischi che ho ascoltato per anni e anni, consumandoli come si consumano le cose che ci accompagnano nel viaggio della vita. E forse il picco della mia relazione musicale non è nemmeno un genere: è un gesto sentimentale. Un disco del Canone in Re di Pachelbel, regalato quando ero giovanissimo da una ragazza a cui volevo bene, prima ancora che io sapessi davvero “conoscerlo”.
Oggi mi ritrovo ad ascoltare la musica più diversa seguendo percorsi imprevedibili: cose come LSR/CITY, il coro della Val Tinella (magica la recente serata a Materia) oppure, quando corro, gli 883, che a qualcuno sembrano una scelta insolita, ma che per me hanno un’energia molto concreta, quasi fisica. Insomma: se la musica è diventata un arcipelago, io stesso sono una prova vivente che si può attraversarlo. E allora ho ascoltato ancora meglio ciò che mi stavano dicendo quei ragazzi. Da lì è partita una conversazione sorprendente, molto più articolata di quanto mi aspettassi. E qui lo dico subito, per correttezza: quello che segue non è una sentenza, è un racconto.
Sono le loro letture, i loro giudizi, le loro parole, così come mi sono arrivate, in quel momento. Mi hanno raccontato cosa pensano di Taylor Swift. Chill, piuttosto diretto, l’ha definita un genio del marketing: «Nessuno racconta che per fare quindici minuti di strada prende l’aereo. Altro che sostenibilità». È una frase tagliente, forse ingiusta, ma utile perché mostra una cosa: oggi anche l’icona pop viene letta attraverso l’etica (o l’idea di etica) di chi ascolta. Poi, all’improvviso, la conversazione ha cambiato passo.
Mey, più strutturata, ha provato a mettere ordine: in realtà, ci ha detto, Taylor Swift è l’unica vera “sopravvissuta” che è riuscita a rimanere sulla cresta globale dentro una competizione feroce iniziata intorno al 2010. Non nel senso che gli altri non esistano più, ma nel senso che lei ha tenuto insieme continuità, narrazione e successo in modo quasi unico.
Per spiegarmelo, ha disegnato sulla tovaglietta della pizzeria una specie di mappa mentale di quella stagione. Il primo grande fenomeno era quello dei One Direction: cinque ragazzi, un successo planetario, poi la dissoluzione. Un gruppo enorme, che a un certo punto si è spezzato come succede alle comete: luce fortissima, e poi frammenti. Nel racconto dei ragazzi, la traiettoria più netta è quella di chi è riuscito a restare visibile da solista; e poi, come colpo basso della realtà, è arrivata la notizia della morte di Liam Payne. Lì ho visto che non stavano parlando solo di musica: stavano parlando di vulnerabilità esposta, e del prezzo che a volte chiede.
Il secondo polo era quello di Justin Bieber: il talento precoce travolto da una fama ingestibile, crisi personali, vita privata divorata dalla cronaca e dai social. Qui non c’era giudizio, quasi. C’era piuttosto la consapevolezza che un artista può diventare, suo malgrado, un caso umano pubblico. E che i fan non seguono solo le canzoni: seguono una biografia.
Il terzo polo era quello di Taylor Swift. Ed è qui che il racconto diventava ammirato: lei, mi hanno detto, è quella che è rimasta più coerente con se stessa. Ha attraversato cambi di stile, cambi di industria, cambi di piattaforme. È diventata un idolo, una voce del femminismo pop, una figura che interviene politicamente e socialmente. Insomma: non solo una cantante, ma un sistema.
Il quarto polo era Ariana Grande. Qui il tono è diventato più serio: dalle origini “ragazza televisiva” al peso delle campagne d’odio, fino a un evento che resta una frattura nella memoria pop contemporanea: l’attentato al concerto di Manchester. E poi, come spesso accade nelle vite ipervisibili, altre ferite private che diventano pubbliche. In quel punto ho pensato: per loro la musica non è un passatempo. È anche un modo di imparare il mondo, e di imparare che il mondo può essere crudele.
Ma la cosa che più mi ha colpito è arrivata alla fine, quando mi hanno spiegato un dettaglio che in realtà è enorme: ognuno di questi artisti non ha solo fan, ma comunità. Con un nome. I Directioner. I Beliebers. Gli Swifties. Gli Arianator. Non è solo tifo. È identità. È riconoscersi, stare dentro un racconto comune, condividere simboli, linguaggi, perfino cause. In un mondo frammentato, la musica non unisce più tutti: unisce qualcuno. E quel “qualcuno” diventa casa. E qui entra il secondo elemento che mi porto via da questa conversazione: la musica non crea solo appartenenze, crea esperienze condivise. E mentre ne parlavamo sono emerse tre scene, tre piccole storie che mi hanno dato un atterraggio più articolato.
La prima è quella di Ame, che mi ha raccontato di essere stato al Montreux Jazz Festival ad ascoltare Benson Boone, un cantante americano giovane, 23 enne, che ha scoperto di saper cantare per caso a 17 anni. “Una sua canzone mi ha toccato così tanto che mi sono scese le lacrime. Ho sentito una passione, un talento che trascendeva quasi quello che un umano è capace di fare. Quello che ha fatto la differenza anche degli altri artisti è stata la capacità di connettersi live con il pubblico. Non solo tecnicamente bravi. Ho paura che l’intelligenza artificiale si sostituisca e ci rubi questa gioia. Perché la scarsità rende le cose belle. Migliaia di persone che cantano insieme all’unisono”. Mi ha detto una cosa semplice e difficile da dire senza sembrare retorici: quell’esperienza gli ha fatto sentire qualcosa che altrimenti non avrebbe saputo sentire. Non “capire”: sentire. E conoscere, dentro di sé, una stanza che non aveva mai aperto.
La seconda è Ing, che ci ha raccontato che andrà al concerto di Ariana Grande a Londra con la figlia. “È alta un metro e un barattolo ma ha grinta da vendere e una presenza scenica pazzesca”. Uno dei tanti momenti in cui l’intimità intergenerazionale non passa dalle parole, ma da un’esperienza: due corpi in mezzo ad altri corpi, la stessa canzone, la stessa luce, e per qualche ora un tempo condiviso che rimane.
La terza è Nella. Nella mi ha detto che su Instagram ha incontrato delle persone che lei chiama “amiche” pur non avendole mai viste dal vivo. Una di queste, recentemente, l’ha aiutata a trovare un biglietto per un concerto a Bruxelles. Nella, che è di Parma, andrà a quel concerto senza la sua amica: una persona che non ha mai visto e forse non vedrà mai, e che però ha fatto un gesto concreto, generoso, perché sapeva quanto lei ci tenesse. Questa storia, più di tutte, mi ha fatto pensare: la musica non è solo un contenuto da consumare, è una rete di relazioni che si può accendere tra sconosciuti.
E allora sì, forse è vero che viviamo un tempo di divisioni: generazionali, geografiche, culturali, politiche, perfino di linguaggio. Ma la musica, in mezzo a queste fratture, ha una potenza particolare: non cancella le differenze, non ci rende tutti uguali, e spesso anzi ci raggruppa in tribù. Però riesce ancora, con una facilità quasi misteriosa, a creare momenti in cui ci riconosciamo umani: un gesto, un concerto, un biglietto trovato, una canzone che passa da una madre a una figlia.
C’è un ultimo dettaglio che resta sospeso, e che rende questa storia ancora più interessante mentre ci avviciniamo a Sanremo: tutti questi ragazzi sono italiani, e nessuno degli artisti che hanno citato lo è. Non è una colpa, né una denuncia. È un dato. E forse è una domanda aperta: non su cosa ascoltano i giovani, ma su dove oggi nasce l’immaginario collettivo. E su quanto la musica italiana riesca ancora ad abitarlo.
E l’Italia, nel frattempo? Chi è diventato davvero “globale” dal 2010 in avanti (e ci è rimasto)
Negli ultimi quindici anni i casi italiani davvero riconoscibili fuori dai confini non sono molti, ma dicono una cosa chiara: l’export non è un genere, è un percorso. E passa da tre porte. La prima è quella delle band: i Måneskin, da Eurovision a tour e presenza internazionale, non come fiammata ma come continuità. La seconda è quella dei producer: Meduza, lingua comune della club culture globale, dove l’italianità non è folklore ma contemporaneità. La terza è più silenziosa e forse più potente: chi diventa colonna sonora del mondo, come Ludovico Einaudi, globale senza proclami. Perché “internazionale”, alla fine, non significa solo arrivare: significa restare. E oggi la durata è la vera notizia.
Sanremo come piazza, nell’epoca delle tribù. Forse è qui che Sanremo torna utile. Non perché spieghi cosa ascoltano i giovani (non lo spiega più da tempo), ma perché è una delle poche cose rimaste capaci di fare una magia antica: farci stare nello stesso posto, almeno per qualche sera. In un mondo in cui la musica non crea più generazioni ma comunità, Sanremo è una delle poche piazze rimaste. E forse, oggi, la sua ì domanda più vera non è “chi vincerà”, ma questa: come può restare piazza, mentre tutto intorno si frammenta?ì La globalizzazione oggi non la fanno più le merci: la fanno gli abbracci improvvisi di unaì canzone. E a volte basta quello per ricordarci chi siamo.
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FREQUENZA
non trovo il canale
e mi perdo.
sento il fruscio della radio,
è il mio.
alzo il volume,
peggio.
apro le finestre: altri suoni.
mi tolgo i vestiti,
perché?
arriva una nuvola,
c’è dentro una lettera.
scende una piuma,
mi pettina piano,
calma, da dentro.
la radio trasmette
una canzone per noi.
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