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Nata prematura dalla mamma positiva al Covid: l’incontro con la piccola 19 giorni dopo il parto

Giornata della prematurità, diventare mamma e papà ai tempi del Covid. L’isolamento non ha permesso le visite in reparto dei genitori, ma la piccola non è stata lasciata da sola. Videochiamate e foto ogni giorno dal reparto, attivata una catena di “delivery” per far arrivare il latte materno alla piccola

Generica 2020

Diventare genitori e poter vedere la propria bimba per la prima volta 19 giorni dopo la nascita. È  la storia di Stefano Delizia diventati mamma e papà ai tempi del Covid-19. Una gravidanza tanto attesa con un parto che arriva quasi all’improvviso con due mesi di anticipo rispetto alla data attesa e che porta ad un ricovero della loro bimba nella terapia intensiva neonatale di Niguarda.

Ma purtroppo a frapporsi tra i genitori e la loro bimba ci sono le misure anti-contagio che tengono i genitori fuori dal reparto, vista la positività della mamma. La lontananza fisica però è stata un’occasione per nuove forme “di vicinanza a distanza” con la possibilità di attivare anche una staffetta per far arrivare il latte materno in terapia intensiva neonatale.

È maggio e l’Italia intera sta ancora facendo i conti con la prima ondata della pandemia, fuori tutto chiuso e negli ospedali si lavora senza sosta per dare assistenza ai malati. È un virus subdolo, temuto per la capacità di contagio e crudele per il forzato isolamento che costringe i malati lontano dai loro affetti. Purtroppo anche le neonatologie non sono risparmiate e bisogna attrezzarsi per accogliere in sicurezza i nuovi nati da coppie positive al virus.

Delizia 37 anni e Stefano 36 anni, da diverso tempo rincorrono il desiderio di diventare genitori, finalmente ci siamo. Anche se la gravidanza ad un certo punto riserva loro qualcosa di completamente inaspettato.

«Ero al settimo mese e la rotondità della pancia si stava giusto abbozzando leggermente – ricorda la mamma -. Ero convinta di avere ancora settimane, mesi davanti a me prima della nascita».

Ma non è andata così. «Era la mattina del 12 maggio all’improvviso le contrazioni. Erano le 5.45 del mattino quando siamo partiti da casa, alle 6.41 la piccola è nata a Niguarda. È stato tutto velocissimo e non c’è stato il tempo di rendersi conto di nulla. In sala parto infatti la piccola è stata subito assistita da un’equipe dedicata che l’ha messa nel lettino termico per portarla in terapia intensiva neonatale. Pensavamo di poterla vedere da lì a poco ma non è andata così», spiega il papà Stefano.

Il tampone infatti rileva la positività della mamma al coronavirus e scattano le misure di prevenzione: «Siamo stati dimessi il giorno dopo e ci è stato spiegato che non potevamo accedere al reparto. Abbiamo compreso fin da subito che non poteva essere diversamente, certo è stato molto difficile ma tutto il personale medici e infermieri ci sono stati molto vicini – spiegano i genitori -. Ogni giorno ci inviavano continui aggiornamenti e ci inviavano foto e video della nostra piccola. Ogni piccolo passo avanti era documentato e inviato».

Stefano Martinelli, Direttore della Terapia Intensiva Neonatale di Niguarda, spiega: «Si è trattato di un parto pre-termine avvenuto alla 32esima settimana di gravidanza, la piccola alla nascita pesava 1450 grammi. Viste le condizioni c’è stato bisogno di un supporto respiratorio non invasivo che si è protratto per una decina di giorni, dal punto di vista clinico per fortuna non ci sono state altre complicazioni. Non è stata rilevata alcuna positività al virus per la bambina e dopo quasi un mese è stato possibile dimettere la piccola con un peso di 1900 grammi».

Ammette la mamma: «Sono stati giorni lunghissimi, infiniti. È stata veramente molto dura, oltre ai continui aggiornamenti dal reparto sono stata anche seguita per un supporto psicologico. Ogni 2-3 giorni, arrivava da Niguarda la chiamata della psicologa, è stato fondamentale per rassicurami e farmi capire che ero diventata mamma, era difficile realizzarlo in questa situazione di lontananza forzata. Ci siamo messi tutti d’impegno e poi c’era il latte da far arrivare in ospedale per la nostra piccola. Lo tiravo a casa e poi facevamo arrivare i contenitori in reparto tramite un’amica che ci faceva da corriere. Era l’occasione ogni volta per scrivere dei messaggi di incoraggiamento da far recapitare direttamente sulle etichette dei contenitori: “presto insieme”, “ti penso sempre” erano per la mia bambina ma alla fine erano uno sprone per tutti ad andare avanti senza mollare. Quando ci hanno detto che il primo pasto per lei sarebbe stato di soli 3 grammi di latte siamo rimasti sbalorditi, così poco! Non ci rendevamo conto di quanto fosse piccola!»

La “macchina del delivery per il latte” non si è mai inceppata e i rifornimenti sono stati puntuali e continui. «Il latte materno rimane l’alimento più completo nei primi mesi di vita, per i prematuri in particolare l’allattamento è sempre da privilegiare, ha effetti terapeutici e le mamme del nostro reparto sono sempre state sensibilizzate su questo aspetto», sottolinea Martinelli.

Paola Coscia, coordinatrice infermieristica della terapia intensiva neonatale puntualizza: «La mamma è stata bravissima e ha seguito tutte le indicazioni date. Per noi ovviamente c’era l’imperativo che non ci fosse nessun rischio di infezione per il piccolo, ma tutti gli studi scientifici disponibili al momento, escludono questa possibilità. È un messaggio che deve passare: le mamme positive al coronavirus possono allattare senza rischi con tutte le misure di prevenzione per evitare la trasmissione attraverso il contagio aereo. Inoltre nell’impossibilità di attaccare il piccolo al seno è importante favorire la spremitura e la conservazione del latte».

Messaggi e videochiamate, ma poi per fortuna arriva il giorno delle presentazioni di persona. «Ricordo chiaramente quella domenica non appena è arrivato l’esito negativo del tampone siamo corsi a Niguarda erano le 10 di sera. Finalmente l’abbiamo vista, era uno scriciolo nel lettino è stata un’emozione travolgente- ricordano i genitori-. Dalle foto non ci rendevamo conto di quanto fosse piccola, l’incontro dopo 19 giorni ci ha fatto scoprire questo pulcino che era poco più grande della nostra mano. Solo vedendola ci siamo resi conto di essere diventati genitori».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 17 Novembre 2020
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