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Noi ventenni fondammo il Gulliver

Un inedito ricordo delle prime tappe e dei primi anni del centro Gulliver raccontato da un protagonista di 35 anni fa quando per far partire il progetto serviva un prete. Arrivò Michele Barban e da allora, fino a oggi nel bene e nel male è stato lui la guida

Generico 2018

Quando nel febbraio del1986 fondammo la cooperativa Gulliver non potevamo immaginare cosa sarebbe diventata. Eravamo un piccolo gruppo di ventenni con esperienze diverse alle spalle. Molta passione per il sociale e le battaglie pacifiste. Ci rendevamo conto che il problema delle dipendenze era esploso senza che ci fossero risposte concrete.

All’epoca, ogni giorno i giornali raccontavano di morti per overdose e Varese era ai vertici di quei tristi primati. Ed erano i giovani a pagare il prezzo più alto. Poi, come non bastasse, dal 1984 arrivò l’Aids a mietere altre vittime.

Eravamo convinti che andasse trovata una risposta e non bastava la sola azione politica. In quel periodo facevo il servizio civile al Nucleo Operativo Tossicodipendenze. Tutta l’attività era svolta nei locali della portineria dell’ex ospedale psichiatrico di via Ottorino Rossi. Uno psicologo, due medici, due infermiere, una assistente sociale e due obiettori di coscienza per dare le risposte a centinaia di persone che arrivavano a chiedere una mano.

Nel nord Italia le esperienze maggiori erano legate al Gruppo Abele di don Ciotti e a Comunità nuova di don Rigoldi. Due sacerdoti impegnati da sempre a fianco delle persone più fragili. Poi c’era un terzo prete, molto più “tradizionale” e tosto che operava a Roma da diversi anni: don Mario Picchi e il suo Ceis. Nel 1979 aveva fondato Progetto uomo e aperto diverse comunità e centri in Italia. Era diventato un punto di riferimento per tante realtà. Una risposta strutturata e terapeutica. Lontana gli anni luce da San Patrignano di Vincenzo Muccioli che tanto faceva parlare di sé.

Il servizio pubblico conosceva bene il Ceis perché molti ragazzi di Varese e provincia andavano al centro San Crispino di Viterbo. La scintilla arrivò da lì e ne fui protagonista visto che Viterbo era la mia terra e ci tornavo spesso. Quel gruppo di ragazzi di cui parlavo incontrò l’associazione famiglie che era guidata da Gianfranco Nicora e iniziammo insieme un percorso per cercare di aprire un centro a Varese. Da Roma però la risposta fu categorica: “dovete trovare un prete. Non vogliamo avere interlocutori del servizio pubblico”. La delusione del dottor Motta, che allora guidava il NOT fu pesante, ma non c’erano margini di trattativa.

Fu allora che venne fuori il nome di don Michele Barban. Era un sacerdote conosciuto e considerato “alternativo”, vicino alle comunità di base di Busto Arsizio, poi era stato mandato a fare il parroco a Coarezza. Ricordo come ora il primo incontro proprio nei locali della sua parrocchia dopo che era stato contattato per valutare la sua disponibilità.

La trafila con Roma fu lunga e complessa, ma don Michele aveva rotto gli indugi e in poco tempo aveva trovato le prime risposte. Ci fu un gran coraggio da parte dei primi operatori volontari. Anna, Lucia, Francesca lavoravano nel pubblico e lasciare un lavoro certo per un’avventura senza garanzie non era cosa da poco, ma nel giro di pochi mesi il progetto prese il via.

Nel febbraio del 1986 arrivò la formalizzazione con la cooperativa. Subito dopo i primi di noi iniziarono a seguire il corso a Castel Gandolfo alla Casa del sole, il centro di formazione del Ceis. Il 19 maggio venne aperta l’accoglienza nei locali sotto la chiesa di San Giorgio a Biumo superiore. Erano pochi spazi in una casetta a due piani.

Quel giorno entrarono nel programma terapeutico i primi cinque ragazzi: Isabella, Alberto, Roberto, Emilio e Maurizio. Nel giro di poco sarebbero diventati venti e avremmo aperto la comunità a Golasecca e poi il primo centro di reinserimento a Varese in un appartamento in via Romans sur Isere. In accoglienza lavorava suor Elisa che svolgeva il suo servizio al Cottolengo di Varese. Tanti volontari, la Gianna, la Mariuccia che conosceva ogni erba  aromatica esistente, il professor Gianni  Bellorini che fu capace anche di portarci in cima al campo dei fiori passando per i gradini della funicolare. Poi arrivarono altri e i primi obiettori. I locali di Biumo si facevano sempre più stretti per quel via vai di ragazzi e di persone attratte da Progetto Uomo. Avevamo anche una benefattrice, proprietaria di una importante azienda manifatturiera del Varesotto.

Quel piccolo gruppo di ventenni continuava a sognare affascinati come eravamo da quel prete affabile e abile. Tra noi c’era una forte amicizia e una domenica andammo a Bregazzana perché sapevamo che sopra il paese c’era una struttura di proprietà dei Salesiani, e così iniziammo a progettare di portare lassù la comunità terapeutica. Era il posto ideale e alla fine il sogno divenne realtà.

Nel frattempo il programma iniziò ad attrarre anche tanti ex tossicodipendenti che arrivavano da altri centri. Vennero a lavorare con noi da Roma Ivan e Claudio. Rientrarono a Varese Pino e Franco che avevano fatto la comunità a Viterbo.

Non tutto andava come doveva però e il periodo di idillio con don Michele non durò molto. Lui era refrattario a ogni regola. Era un battitore libero. Era sempre stato abituato a esserlo e la struttura del Ceis di Picchi gli stava stretta. Lo capimmo abbastanza velocemente e con noi lo compresero alcuni vertici di allora. L’ambiente romano girava intorno a pochi eletti e questi non vedevano di buon occhio la situazione varesina. Una conflittualità non gradita che nascondeva troppi malumori.

I rapporti con don Michele iniziarono a incrinarsi anche all’interno della struttura e fu necessario l’intervento di supervisori esterni. Il Ceis era organizzato come una Chiesa e non era immaginabile una contestazione al “vescovo”. Questo portò nel giro di due anni a una crisi pesante, ma che avrebbe definitivamente aperto l’era Barban come unico depositario della  costruzione del progetto del Gulliver.

Don Michele fu capace di gestire quel momento pesante in cui tutti gli operatori si dimisero. Per noi era impossibile proseguire oltre e il 1988 fu un altro momento costitutivo del Gulliver.

La nostra decisione fu sofferta e lacerante. Avevamo dato noi quel nome prendendolo da un racconto straordinario che sembrava la sintesi della filosofia del Progetto uomo. “Non come il gigante dei suoi sogni, né il nano delle sue paure, ma come un uomo parte di un tutto”. E chi meglio di Gulliver era simbolo di quella definizione?

Ora, in questi giorni accaldati di agosto del 2020, inizierà una terza vita del centro. L’uscita di don Michele sembrava impossibile perché lui è stato il Gulliver. Una affermazione nei fatti vera a metà, perché senza le centinaia di operatori e volontari passati in questi anni, un uomo da solo non potrebbe fare niente. Ma don Michele è stato il fulcro, il visionario, il “padre padrone”, il locomotore di questa straordinaria esperienza. Nel bene e nel male ha costruito una struttura solida, capace di cambiamento e di interpretare bisogni. Una persona contraddittoria, affascinata dal potere che a parole ha sempre detto di combattere, ma nei fatti ha sempre corteggiato.

A lui va il merito di aver sempre creduto al suo Gulliver e di essersi battuto come un leone per ottenere quello che voleva. Lui che amava mettere il naso nelle terapie, che cercava soluzioni semplici laddove le situazioni erano complesse e avrebbero richiesto professionalità più articolate del suo buon senso.

La mia storia personale prese direzioni molto diverse. Non rientrai a Viterbo a lavorare per il Ceis, come nel 1988 avevo ventilato e soprattutto dopo poco smisi di occuparmi di quei temi. Fondammo, con amici che arrivavano anche dall’esperienza del Gulliver, la cooperativa La Castellanza che gestiva il circolino di Bosto a Varese, da cui poi nacque Varesenews. Per un discreto periodo i primi ragazzi continuavano a cercare noi, primi operatori. Eravamo diventati i loro riferimenti, ma noi non potevamo più fare molto per loro. Il destino fu terribile per quei primi ospiti del Gulliver perché tra l’Aids e una sorte davvero avversa persero la vita quasi tutti nel giro di poco tempo.

Per tanti anni restai alla larga da don Michele. Era troppo forte la delusione per come era andata e come lui avesse disatteso tante speranze. Poi come spesso accade, il tempo e il profondo cambiamento permisero un riavvicinamento tanto che chiese a me di inaugurare con un discorso sul mio passato nel progetto la cascina Tagliata sempre a Bregazzana sopra la comunità terapeutica.

Non ci ho più messo piede lì dove nacque la rivolta contro un sacerdote che ora lascia la sua creatura. Un passaggio storico che mi ha spinto a rimettere, la testa, il cuore e le le mani nei ricordi e nelle emozioni che contraddistinsero quegli anni di sogni e progetti.

Noi uscimmo sconfitti, ma per fortuna il Gulliver andò avanti crescendo in tante direzioni. Oggi siamo qui a vivere un momento di grande cambiamento e a Michele va un grande ringraziamento per quanto ha fatto per tantissime persone.

Sono passati più di quarant’anni da quando venne scritta la filosofia di Progetto Uomo. Il Gulliver da cinque anni non è più nella Federazione delle comunità terapeutiche, ma quel testo è ancora il punto di riferimento. Ci auguriamo lo leggano e rileggano le persone che prenderanno il testimone da Michele e i suoi stretti collaboratori perché quella filosofia resti un fondamento che guidi il loro lavoro.

 

Siamo qui

perché non c’è alcun rifugio
dove nasconderci da noi stessi.
Fino a quando

una persona non confronta se stessa
negli occhi e nei cuori degli altri, scappa.
Fino a quando

non permette loro di condividere i suoi segreti,

non ha scampo da essi.
Timorosa di essere conosciuta,
non può conoscere se stessa

né gli altri: sarà sola.
Dove altro se non nei nostri punti comuni
possiamo trovare un tale specchio?
Qui, insieme,

una persona può, alla fine,
manifestarsi chiaramente a se stessa,
non come il gigante dei suoi sogni
né il nano delle sue paure,
ma come un uomo parte di un tutto
con il suo contributo da offrire.
In questo terreno noi possiamo mettere radici

e crescere, non più soli, come nella morte,
ma vivi a noi stessi e agli altri.

di marco@varesenews.it
Pubblicato il 11 Agosto 2020
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