NAZA. Quando l’orrore diventa abitudine
Dal buio di una sala cinematografica una riflessione sulla guerra, sulla nostra capacità di indignarci e su quella, forse ancora più inquietante, di abituarci a tutto
Sono uscito dal cinema dopo aver visto NAZA con una sensazione difficile da raccontare. Non era propriamente rabbia, nemmeno soltanto indignazione o tristezza. Era soprattutto impotenza. NAZA, il documentario prodotto dal Guardian, diretto dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor e premiato alla Mostra del Cinema di Venezia, racconta attraverso le testimonianze di militari e uomini dell’intelligence israeliana il sistema di distruzione e uccisione dei civili nella Striscia di Gaza. Ottanta minuti nei quali sembra di osservare un encefalogramma piatto.
È quasi tutto buio. Oscuro, notturno. Non c’è una particolare ricerca dell’emozione, non c’è un crescendo drammatico. Non si accumulano immagini di cadaveri e distruzioni per provocare lo spettatore. Ci sono le luci di Tel Aviv, i grattacieli, il traffico, l’architettura elegante di una metropoli contemporanea. Una bellezza tecnologica quasi disumanizzata. E ci sono le voci, spesso monotone, di persone che raccontano ciò che accade a poche decine di chilometri di distanza, dall’altra parte, dentro Gaza.
Sono voci di chi ha partecipato al sistema, di chi ha contribuito a farlo funzionare, di chi ne conosce le procedure. Non tutte sono uguali. Qualcuno sembra aver raggiunto una consapevolezza dolorosa. Altri raccontano ancora l’eccitazione del potere, l’adrenalina, la sensazione di poter decidere della vita e soprattutto della morte di un altro essere umano. Colpisce la naturalezza con cui viene descritto tutto questo. Le persone diventano codici, sigle, numeri. NAZA è proprio un termine utilizzato dall’intelligence militare israeliana per quantificare le vittime civili previste in un attacco. Non più donne, bambini, anziani. Un numero associato a una sigla.
Si racconta della distruzione sistematica di quartieri, delle case abbattute, di una linea invisibile oltre la quale si può essere uccisi. Anche attraversandola per errore. Anche essendo un bambino. E poi ci sono gli oggetti. Un soldato racconta di entrare nelle case dopo la distruzione delle famiglie e di bruciare tutto. Fotografie, quaderni, matite. Non basta che quelle persone siano morte. Bisogna cancellare anche le tracce della loro esistenza. Mi ha colpito particolarmente la bottiglia d’olio d’oliva, trovata in una casa abbandonata e utilizzata per appiccare il fuoco. Come i materassi, che aiutano ad accelerare l’incendio. Un comandante racconta che bastavano sei minuti. Sei minuti per bruciare una casa. L’olio con cui una famiglia cucinava diventa lo strumento per cancellare quella stessa famiglia dalla propria storia.
Eppure l’immagine che più mi è rimasta impressa è un’altra. La macchina da presa che si muove avanti e indietro sulle gambe e sulle scarpe di persone rimaste schiacciate sotto un edificio crollato. Gambe piccole, grandi, giovani, vecchie. Tutte insieme, quasi allineate. Quasi in ordine. Quasi obbedienti. Un ordine assurdo, dentro la distruzione.
Il documentario non cerca di spiegare allo spettatore che cosa debba provare. Gli lascia il tempo di ascoltare e di guardare. L’esercito israeliano ha contestato l’accuratezza delle ricostruzioni contenute nel film; gli autori hanno difeso il proprio lavoro d’inchiesta e di verifica. Ma ciò che mi interessa raccontare qui non è una valutazione militare o giuridica. È quello che accade allo spettatore mentre ascolta quelle testimonianze. A un certo punto mi è tornata alla mente Hannah Arendt e la sua riflessione sulla banalità del male. Non perché il male sia una cosa banale. Ma perché può trovare spazio dentro procedure, organizzazioni, mansioni e decisioni quotidiane. Può assumere il linguaggio ordinario del lavoro. Però, uscendo dal cinema, mi sono accorto che il problema non erano soltanto loro. Eravamo anche noi. Ero io.
Sarebbe relativamente facile pensare che NAZA riguardi gli israeliani, i palestinesi, la guerra, un luogo piccolo e lontano, tormentato dalla storia e oggi dagli uomini. Potremmo indignarci, discutere delle responsabilità e tornare a casa. Ma il film riguarda anche il nostro modo di convivere con ciò che sappiamo. Viviamo in un’epoca nella quale possiamo assistere quasi in diretta a guerre, catastrofi, sofferenze di migliaia di persone. Non possiamo più dire, come accadeva spesso in passato, che non sapevamo. Ma sapere non sembra bastare.
Ripensavo alle grandi manifestazioni degli anni Sessanta e Settanta, alle proteste contro la guerra in Vietnam. Non erano necessariamente più efficaci delle mobilitazioni contemporanee, e sarebbe sbagliato idealizzarle. Ma trasformavano l’indignazione in un’esperienza collettiva, fisica. Le persone uscivano di casa, si incontravano, protestavano, qualche volta si ribellavano. Oggi disponiamo di una capacità straordinaria di condividere informazioni, ma sembra assai più difficile dare continuità alle nostre reazioni.
Forse anche perché abbiamo costruito un sistema di comunicazione fondato sull’intensità delle emozioni. Scoppia una guerra, arriva una catastrofe, un’estate è attraversata per settimane da temperature eccezionali. I media moltiplicano immagini, dichiarazioni, allarmi. Sembra ogni volta che si sia raggiunto un punto di rottura, che finalmente qualcosa debba cambiare. Poi subentra la stanchezza. Non perché il problema si sia risolto, ma perché non possiamo rimanere indefinitamente a quel livello di intensità emotiva.
Mi è venuta in mente una metafora brutale: una specie di orgasmo collettivo di paura, al quale non segue alcun vero compimento. La crisi raggiunge il culmine e poi viene progressivamente metabolizzata, assorbita nella complessità della vita contemporanea. Non è la crisi che finisce. Siamo noi che smettiamo di viverla come crisi.
Il cambiamento climatico non scompare quando arriva l’autunno. Le guerre non finiscono quando smettono di occupare le prime pagine. E tuttavia ciò che ieri ci appariva intollerabile diventa progressivamente abituale. Non significa che lo abbiamo accettato o che abbiamo smesso di considerarlo sbagliato. Piuttosto, perdiamo poco alla volta la convinzione che possa davvero cambiare.
Il filosofo Günther Anders, riflettendo sulle conseguenze della tecnologia e dell’era atomica, aveva individuato una sproporzione tra ciò che gli esseri umani sono capaci di produrre e ciò che riescono realmente a immaginare e a sentire. Oggi mi sembra che esista una sproporzione altrettanto inquietante tra la nostra capacità di conoscere il dolore del mondo e quella di rispondervi. Forse il problema del nostro tempo non è aver perso la sensibilità morale. È aver perso la durata morale. La capacità di continuare a considerare intollerabile qualcosa anche quando abbiamo smesso di sentirne emotivamente l’intollerabilità.
Ecco perché NAZA mi sembra un documentario particolarmente importante. Perché, paradossalmente, si sottrae alla ricerca di quell’apice emotivo che caratterizza tanta comunicazione contemporanea. Non grida, non costruisce una progressione verso la catarsi. Ci costringe invece a rimanere dentro una normalità moralmente insopportabile. L’encefalogramma resta piatto. E noi siamo costretti a chiederci come sia possibile che il mondo continui a funzionare normalmente mentre tutto questo accade, viene raccontato, documentato e conosciuto.
Non credo che sia giusto trarne una conclusione disperata. La storia ci insegna anche che la consapevolezza può produrre cambiamenti, talvolta molto tempo dopo che i fatti sono stati conosciuti. Ma sarebbe altrettanto sbagliato confondere la conoscenza con la responsabilità, l’indignazione con l’azione, il fatto di aver visto qualcosa con quello di averne davvero compreso le conseguenze.
Alla fine, penso che NAZA abbia una forma molto particolare. Comincia come un enorme punto interrogativo e finisce come un punto esclamativo. All’inizio ci chiediamo come sia possibile che degli uomini facciano tutto questo ad altri uomini. Cerchiamo spiegazioni nella storia, nella guerra, nella politica, nei meccanismi del potere. Poi, lentamente, la domanda cambia destinatario. Non riguarda più soltanto chi ha compiuto quelle azioni. Riguarda anche chi le conosce, chi le osserva, chi convive con la loro esistenza. Riguarda noi. Riguarda me. E il punto interrogativo diventa un punto esclamativo non perché abbia trovato tutte le risposte, ma perché non posso più considerarmi semplicemente uno spettatore.
Dopo la visione torno alla mia vita. Alle sue occupazioni, alle persone che amo, ai problemi quotidiani, alle cose belle. E questa, forse, è la parte più difficile da accettare. Che tutto possa continuare normalmente. Anche dentro di me.
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