Le infinite variazioni del colore: a Villa Panza la mostra di Josef Albers
Le opere dell'artista tedesco in dialogo con gli spazi della villa e con la visione del collezionista
L’arte è un “luogo pericoloso” sia quando è sfacciata, sia quando, come quella di Albers, obbliga alla riflessione e alla ricerca di armonia tra spirito e intelligenza” con queste parole Gabriella Belli, Curatrice della Programmazione Scientifica di Villa e Collezione Panza, ha aperto la mostra Josef Albers: Meditations in corso a Villa e Collezione Panza, a Varese fino al 10 gennaio 2027.
Giuseppe Panza non ha mai collezionato opere di Josef Albers, ma nella sua biblioteca aveva due cataloghi dell’artista tedesco. Conosceva il suo lavoro e l’influenza che aveva avuto sull’opera di artisti minimalisti e ambientali americani, come Dan Flavin, James Turrell e Robert Irwin, a lui tanto cari.
Pioniere della pittura astratta, designer e docente, Josef Albers ha creduto fortemente nel potere dell’arte di “aprire gli occhi” e ha dedicato la sua vita allo studio del colore e delle sue interazioni. Nel 1933 fu costretto a fuggire dalla Germania nazista e insieme a molti colleghi del Bauhaus si trasferì in America ricostruendo da capo la sua vita.

«C’è un momento, entrando nelle sale del primo piano di Villa Panza, in cui il tempo sembra rallentare – spiega Marco Magnifico presidente del FAI – quando il pensiero corre immediatamente alla musica, alle variazioni, alla capacità di un tema di trasformarsi senza mai perdere la propria identità.» Il riferimento è a due capolavori assoluti, le Variazioni Goldberg e le Variazioni Diabelli, citate come chiave di lettura di un percorso espositivo che si costruisce proprio per variazioni: ogni opera è autonoma, ma tutte nascono da un principio comune, da una riflessione sul colore che si rinnova di tela in tela.
Magnifico definisce la mostra, dedicata a Maria Giuseppina Panza, figlia di Giuseppe, “tra le più convenienti” mai ospitate dalla villa, nel senso più alto del termine: un progetto che si adatta perfettamente al luogo, ne rispetta lo spirito e ne amplifica l’identità. Un dialogo profondo con la visione di Giuseppe Panza, che proprio nella ricerca essenziale e meditativa aveva trovato uno dei cardini della sua collezione.

«Il culmine del percorso si raggiunge davanti a Dark del 1947 – spiega Magnifico – dove l’esperienza visiva si trasforma in un crescendo emotivo. capace di generare uno stato di appagamento quasi spirituale. Una sensazione rara, oggi ancora più necessaria in un mondo attraversato da tensioni e conflitti. Da qui nasce l’idea della mostra come spazio di riflessione, un invito a rallentare e a ritrovare un equilibrio interiore.»
La mostra è stata realizzata in collaborazione con la Josef and Anni Albers Foundation. Il racconto di Nicholas Fox Weber, direttore esecutivo della fondazione e curatore della mostra parte dalla biografia dell’artista, segnata da passaggi cruciali: la chiusura del Bauhaus da parte del regime nazista, la fuga dalla Germania e il trasferimento negli Stati Uniti, dove Albers iniziò a insegnare in condizioni economiche difficili.

«Proprio da queste esperienze nasce una ricerca artistica capace di unire rigore e poesia. Solo a 62 anni, Albers arriva a una sintesi estrema con il ciclo Homage to the Square, scegliendo il quadrato come forma essenziale per dare voce al colore. Un linguaggio apparentemente semplice, ma capace di generare effetti sorprendenti: superfici piatte che vibrano, colori che avanzano o arretrano, illusioni percettive che trasformano la visione in esperienza.»
Il colore, ricorda Weber, è qualcosa che ci precede e ci sopravvive. Ed è proprio in questa dimensione universale che si inserisce il valore dell’opera di Albers. Non è un caso che il curatore richiami un dettaglio intimo della vita dell’artista: ogni Natale, Albers e la moglie Anni ascoltavano le Variazioni Goldberg nell’interpretazione di Glenn Gould. Un rituale semplice, che restituisce la misura di un’esistenza dedicata alla contemplazione e alla profondità.»
La mostra ha avuto bisogno di oltre due anni di lavoro come spiega Gabriella Belli. Il percorso dell’artista viene così restituito nella sua interezza: una vita dedicata allo studio del colore, attraversata dalle tragedie del Novecento e culminata in una ricerca che tiene insieme dimensione logica, ottica e poetica. Il colore, nelle parole di Belli, è insieme amico e nemico, elemento naturale e spirituale.
«Il legame con Villa Panza appare allora naturale – spiega la Belli – Fu proprio Giuseppe Panza a intuire, in quella pittura silenziosa, uno spazio aperto alla meditazione. Un’intuizione che oggi trova piena realizzazione in una mostra che sembra fatta apposta per questi ambienti. Eppure, resta una curiosità: Panza, pur riconoscendo la grandezza di Albers, non lo collezionò mai, preferendo orientarsi verso artisti più giovani come Dan Flavin. Un dettaglio che rende ancora più interessante questo incontro postumo tra l’artista e la villa.»
In mostra 29 opere provenienti da collezioni pubbliche e private e non si costruisce come una retrospettiva cronologica, ma come un itinerario percettivo. Il visitatore è invitato a muoversi tra ambienti costruiti su assonanze e dissonanze cromatiche: dalle consonanze della prima stanza, con i bianchi e i gialli aciduli di Lone Whites (1963), Dimly Reflected (1963), Ascending (1962) e Polar (1963), in cui le tonalità di uno stesso colore si rivelano progressivamente, si passa ad ambienti di più forte tensione cromatica, dove gli aranci e i rosa agiscono da contrappunto ai toni freddi e scuri. Il percorso conduce infine alle gradazioni più dense dei grigi, dei bruni e dei neri di Night Sound (1968), Dark (1947) e Profundo (1965). Tra i prestiti d’eccezione, Orange Front dal Guggenheim di Venezia, Homage to the Square dal Musée d’Art Moderne di Parigi, insieme a lavori raramente esposti al pubblico, come Dark, proveniente dalla Josef & Anni Albers Foundation e scelto da Weber proprio per la sua intensità. Un’ultima sezione con contributi video restituisce inoltre il metodo di un artista che ha profondamente trasformato la pittura del Novecento.
Nell’ambito della mostra, il FAI nella Scuderia Grande di Villa Panza, allestisce gli Stable Paintings di Phil Sims – ciclo di cinque grandi tele monocrome ispirate ai colori della Madonna del Parto di Piero della Francesca – con Cesarino’s Bone (Maria’s Mirror) di Richard Nonas – intervento minimalista, mai esposto prima d’ora al pubblico, che rimodula e definisce percettivamente lo spazio. Questi due lavori entrambi site-specific voluti da Giuseppe Panza di Biumo svelano come la ricerca di Josef Albers abbia influenzato il panorama del secondo Novecento seguendo tre direttrici fondamentali: colore, percezione e spazio. Nella luce naturale di questo spazio monumentale, i dipinti di Sims rivelano impercettibili modulazioni cromatiche, mentre l’opera di Nonas introduce un ritmo misurato e meditativo che intensifica la relazione tra le opere e l’ambiente.
JOSEF ALBERS: MEDITATIONS
a cura di Nicholas Fox Weber
9 aprile 2026 – 10 gennaio 2027
Villa e Collezione Panza – Piazza Litta 1, Varese
www.villapanza.it
ph Michele Alberto Sereni
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