Il rito più grande d’Italia (e forse del mondo) è successo ieri sera a San Siro. E parla di identità.
La riflessione di Giuseppe Geneletti dopo la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026, una grande festa che non è stata solo una festa
“È stata una cerimonia di apertura destinata a entrare nella storia: di un’eleganza naturale, incantatrice e divina”, ha scritto The Guardian.
Ieri sera, 6 febbraio 2026, allo stadio San Siro, l’Italia ha fatto una cosa rara: ha messo in scena una festa che non era solo festa. E ha infilato, sotto la musica e la bellezza, un messaggio ostinatamente serio: l’armonia non è “andiamo tutti d’accordo”, è tenere insieme ciò che è diverso.
A guidare questo gesto, creativo e insieme civile, è stato Marco Balich, direttore creativo e regista della cerimonia di apertura di Milano Cortina 2026. Ma ridurlo a un ruolo sarebbe sbagliare fuoco: Balich non è “quello delle luci”. È uno che costruisce riti laici, cioè occasioni in cui un Paese si presenta al mondo e, per un paio d’ore, prova a riconoscersi mentre viene guardato da tutti.
Da dove arriva Balich
La traiettoria parte da un punto sorprendente: lo sport. Tutto comincia da sportivo, schermidore negli anni ’70, e soprattutto da un’assenza che diventa ossessione. A sedici anni mancò le Olimpiadi di Mosca 1980 per il boicottaggio. “Mi è sempre rimasta l’Olimpiade un po’ come fissa”.
È una frase piccola, ma spiega molto: non è un creativo che “si è inventato” le Olimpiadi. È uno che ci è tornato, per chiudere un conto emotivo.
Il grande disastro che ti educa alla responsabilità
Poi c’è Venezia e un episodio che lui non abbellisce affatto: il concerto dei Pink Floyd del 1989. Lo chiama “un eye opener”, poi lo inchioda così: “Pink Floyd a Venezia ’89… fu un grandissimo disastro”, nonostante fosse “strepitoso” e trasmesso nel mondo, con “300.000 persone” e “10.000 barche”. E aggiunge: “Dovetti andarmene. La mia famiglia non perdonava il casino che avevo fatto”. È qui che si capisce un punto decisivo: in una cerimonia olimpica la bellezza non basta. Serve il controllo. E soprattutto: non c’è una replica.
2,2 miliardi contro Sanremo: la vertigine della scala
C’è un dato che andrebbe stampato e appeso in ogni redazione italiana, per ricordarci quanto piccolo è spesso il nostro metro. Le cerimonie olimpiche invernali fanno 2,2 miliardi di spettatori live. Sanremo ne fa circa 19–20 milioni. Nel metodo Balich, questo cambia tutto: la cerimonia deve essere comprensibile prima che sofisticata. Deve emozionare un ragazzo di 14 anni in Patagonia o in Kamchatka. Non è un discorso intellettuale: è sofisticato, sì, ma nell’esecuzione, che deve essere impeccabile.
Festa e frizione: la notte in cui la politica è entrata nello stadio
Il tema di ieri sera era l’armonia. Eppure, proprio perché la platea è il mondo, la realtà non resta fuori. Non tutti nel pubblico erano “in ascolto” nello stesso modo: applausi alla squadra USA, poi fischi quando le telecamere hanno inquadrato JD Vance e Usha Vance; in città c’erano tensioni e proteste legate anche alla presenza di ICE e del segretario di Stato Marco Rubio. Questo non “rovina” il rito: lo rende vero. Perché l’armonia, se è credibile, deve includere anche la dissonanza.
La cerimonia come esercizio di gentilezza: 3.200 persone e un tabaccaio
Per capire davvero il metodo, bisogna guardare i dettagli. Accanto allo stadio è stata costruita una cittadella per prove e logistica: la base per circa 2.500 volontari in coreografia, 900 tecnici e un totale di 3.200 persone da muovere, nutrire, coordinare e motivare.
E lì c’è già un mondo da sincronizzare: il tabaccaio, la palestrata, la signora che balla il tango. Per farlo devi essere gentile: perché quella gentilezza “sale” dal basso e crea “un clima di grande generosità… grande rispetto”. Ieri sera, in filigrana, questa cosa si sentiva: lo show non era solo quello in campo, era anche la città che si metteva a servizio del mondo.
Identità come radice che include, non come muro che esclude
Questi eventi sono costosi e spesso tacciati di essere poco sostenibili o puro “teatro delle marionette”. Ma i grandi riti, quando funzionano, fanno una cosa precisa: celebrano l’identità. Rafforzano le radici. Servono anche a convincere chi è appena arrivato, e chi è di seconda generazione, che le radici del Paese in cui vivi sono importanti.
Non per chiudere, ma per integrare senza snaturare: tutti sono benvenuti e tutti possono contribuire, nel rispetto di quelle radici. Ma guai a trasformare l’identità in superiorità: celebrare l’identità non deve sconfinare nel pensare che la tua identità sia migliore di quella degli altri. Ognuno porta la propria identità e ci si confronta alla pari.
Ecco, ieri sera, tra opera e pop, tra festa e fischi, tra orgoglio e inquietudine, l’Italia ha provato a dire proprio questo: l’integrazione non è cancellare le origini, è radicarle meglio, così da poter accogliere senza paura.
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