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La mappa delle banche nel Varesotto: il settore perde mille bancari e un terzo dei comuni serviti

Tre anni dopo la nostra prima analisi, le statistiche aggiornate al 31 dicembre 2025 raccontano un fenomeno che ha riaccelerato: dai 96 comuni con almeno una banca del 2015 si è scesi a 66, gli sportelli sono crollati da 425 a 247 e oltre mille dipendenti del settore sono spariti dal territorio

banche

Tre anni fa avevamo provato a misurare un fenomeno di cui si parla quasi sempre un comune alla volta, ogni volta che una filiale abbassa la saracinesca: la progressiva scomparsa delle banche anche dal territorio della provincia di Varese.

Allora, fermandoci ai dati di fine 2022, contavamo 76 comuni serviti da almeno uno sportello e 275 sportelli complessivi. Oggi, con le statistiche della Banca d’Italia aggiornate al 31 dicembre 2025, possiamo aggiornare quel quadro. E la fotografia che ne esce è quella di un fenomeno che non si è fermato: anzi, dopo una breve pausa, ha ripreso a correre.

Dieci anni di numeri in caduta

Il modo più semplice per capire cosa è successo è mettere in fila i numeri di un decennio. I comuni serviti da almeno una banca erano 96 (su 141 totali) a fine 2015. Sono scesi a 90 nel 2018, a 76 nel 2022 — il dato del nostro primo articolo — e da lì la discesa è ripresa: 69 nel 2023, 68 nel 2024, 66 a fine 2025 (su 136 comuni). In dieci anni la provincia ha perso 30 comuni serviti, quasi un terzo del totale.

Gli sportelli bancari complessivi sono il dato più impressionante: erano 425 nel 2015, sono 247 oggi. Centosettantotto sportelli in meno, il 42%. Solo dal nostro ultimo conteggio (275 nel 2022) ne sono spariti altri 28.

La densità, cioè il numero di sportelli ogni 100mila abitanti, è scesa da 48 a 28: anche qui un calo del 42%. Dove dieci anni fa c’erano quasi 5 sportelli ogni 10.000 abitanti, oggi se ne contano meno di 3.

Non solo filiali: in dieci anni persi mille posti di lavoro

C’è un aspetto che nel 2023 non avevamo raccontato e che i dati aggiornati permettono ora di mettere a fuoco: l’occupazione. Perché ogni sportello che chiude non porta via solo un servizio, ma anche posti di lavoro qualificati. I dipendenti bancari in provincia di Varese erano 3.095 a fine 2015. A fine 2025 sono 2.092. Mille e tre addetti in meno, il 32% della forza lavoro del settore. Solo nell’ultimo anno il calo è stato di 166 unità, uno dei più rapidi dell’intera serie storica.

È interessante notare che gli sportelli sono calati più in fretta delle persone (−42% contro −32%). Il motivo è la concentrazione: a chiudere sono soprattutto le piccole filiali da uno o due addetti, mentre il personale tende a essere ricollocato negli sportelli più grandi che restano aperti. Se nel 2015 ogni sportello aveva in media 7,3 dipendenti, oggi ne ha 8,5. Le filiali superstiti sono mediamente più grandi, ma sono molte di meno e più lontane.

Il nord che si svuota, il sud che resiste

La mappa dei comuni serviti, ricostruita sui dati Banca d’Italia, mostra che la desertificazione non colpisce il territorio in modo uniforme. Anzi, segue una geografia molto precisa, che ricalca quella della montagna e della densità abitativa.

Salendo verso nord, dalla Valcuvia e dalla Valganna fino al Luinese e alla punta più settentrionale della provincia, prevale ormai il vuoto: la maggior parte dei piccoli comuni di valle non ha più alcuno sportello, e quelli ancora serviti sono macchie isolate.

La fascia centrale, attorno a Varese città, vive una situazione intermedia, a scacchiera: i centri maggiori e i comuni lungo gli assi principali mantengono la banca, ma cominciano a comparire vuoti anche qui.

Il sud, infine — l’asse Gallarate-Busto Arsizio-Saronno e il Basso Varesotto — resta quasi interamente coperto. È l’area più popolosa e produttiva della provincia, e gli istituti continuano a presidiarla.

Perché sta succedendo

Le ragioni di fondo sono quelle che già indicavamo tre anni fa, e che il decennio ha solo confermato e accelerato. La prima è la diffusione dei servizi bancari online: con la comodità della banca digitale, sempre più persone gestiscono i propri conti da casa o dallo smartphone, riducendo la necessità di recarsi fisicamente allo sportello. Non a caso il crollo più secco si concentra negli anni successivi alla pandemia, che ha dato una spinta decisiva alla digitalizzazione.

La seconda è la pressione sui costi e le aggregazioni bancarie. Mantenere uno sportello fisico comporta affitti, stipendi e manutenzione: di fronte alla necessità di tenere i conti in ordine — o, come notava un lettore commentando il nostro primo articolo, di mantenere alti gli utili — molti istituti hanno scelto di chiudere le filiali meno frequentate, concentrando risorse dove i clienti sono più numerosi.

Chi resta indietro

Il cambiamento, per quanto rappresenti l’adeguamento del Varesotto a una tendenza nazionale, solleva alcune preoccupazioni concrete.
La prima riguarda le fasce più anziane della popolazione e chi, per limiti tecnologici o per semplice preferenza, ha bisogno di un rapporto fisico con la propria banca. Per loro, l’assenza di uno sportello in paese significa doversi spostare, spesso senza auto e con un trasporto pubblico che nelle valli del nord è già di per sé fragile.

La seconda riguarda le imprese. La presenza di una banca sul territorio garantiva anche una maggiore capacità di seguire da vicino la clientela imprenditoriale, di conoscere il tessuto produttivo locale e di valutarne le esigenze. È un patrimonio di relazioni e di conoscenza del territorio che, con la chiusura delle filiali, rischia di andare perduto.

Dieci anni di numeri, insomma, raccontano molto più di una semplice riorganizzazione aziendale: raccontano un pezzo di servizio di prossimità che si ritira.

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Pubblicato il 25 Giugno 2026
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