ADR, la “multinazionale tascabile” nata a Uboldo che gira il mondo sull’asse delle macchine agricole
Chiara Radrizzani racconta tre generazioni di un'impresa varesina che ha scelto di restare italiana pur essendo presente in quattro continenti
Tutto è cominciato con un tornio, in una casa di Uboldo. Era il 1954 e Giovanni e Antonia Radrizzani avviavano una piccola tornitura conto terzi, come tanti nel secondo dopoguerra: voglia di fare, spirito di iniziativa e la consapevolezza che il Paese stava ripartendo. Settant’anni dopo, ADR è un gruppo da 1.500 dipendenti con filiali in quattro continenti, specializzato in assi, freni e sospensioni per macchine agricole. Ma la sede è rimasta lì, a Uboldo.
A raccontare questa storia è Chiara Radrizzani, terza generazione della famiglia fondatrice e oggi alla guida del gruppo, ospite della puntata del 19 marzo di Materia d’Impresa, la rubrica web TV di VareseNews che racconta le aziende del territorio.
«Noi ci definiamo un artigiano globale – spiega Radrizzani – Altri invece ci chiamano “una multinazionale tascabile”. Significa che ci rapportiamo al mondo ma ci comportiamo in maniera artigianale, con i prodotti che realizziamo. Ogni cliente ha il proprio disegno, ogni macchina ha il proprio progetto. Non siamo mai stati interessati alle produzioni di massa». Un’identità costruita nel tempo, generazione dopo generazione. I nonni fondatori, poi il padre Flavio e lo zio Giancarlo che negli anni Sessanta intuirono il potenziale degli assali — guardando le gru nei cantieri del boom edilizio — e portarono l’azienda verso un prodotto proprio, dando il via anche, negli anni 90, all’espansione all’estero. Poi, la terza generazione ha trasformato ADR in una realtà mondiale. «Parlo spesso di innovazione – sorride Radrizzani – e pensare che lo faccio producendo ruote, che è la prima invenzione dell’essere umano. Sempre rotonde, sempre con un asse che unisce le due ruote: ma nel tempo anche loro sono cambiate, sono diventate molto più tecnologiche, leggere, con materiali particolari».
La crescita: dall’Europa alla Cina, fino al Midwest
Il primo grande salto verso l’estero è stato in Francia, con l’acquisizione di un concorrente più grande. «E’stata un’idea di mio padre e mio zio, e sulla carta sembrava insostenibile – ricorda – Ma non c’è niente da fare: l’imprenditore ha quell’intuizione che i calcoli non sono in grado di fornire». Poi è arrivata la Polonia, subito dopo la caduta del muro, nel 1996: «Io all’epoca già lavoravo, e sono andata io: Quando sono entrata nell’azienda che avevamo acquisito, c’erano centoventi persone, e ricordo ancore mio padre che mi diceva nell’orecchio “devono diventare novanta…”. Invece quando sono partita, nel 2006, eravamo in cinquecento. Ma non era tata una disubbedienza, quanto piuttosto avere notato l’enorme potenziale che c’era in quel Paese». La tappa più lunga e più intensa però è stata la Cina. Chiara Radrizzani ha vissuto undici anni nello Shandong, nelle campagne, lontana dalle grandi metropoli. Lì sono nati i suoi figli, e sono anche cresciuti. «I cinesi erano considerati volubili, legati solo ai soldi. I nostri primi dipendenti sono ancora tutti lì e sono oggi i nostri manager locali». Una scommessa vinta sulla fiducia reciproca, che oggi si replica in India, dove alcuni di quegli stessi manager cinesi aiutano a gestire la filiale locale.
Tra i mercati più recenti c’è quello statunitense, scelto dopo una valutazione attenta: ADR era indecisa tra Russia e Stati Uniti, e alla fine ha optato per il Midwest americano, uno dei primi mercati agricoli del mondo. Un mercato che già conoscevano, ma che non riuscivano a raggiungere con l’efficienza che era loro caratteristica. La distanza, però, rendeva impossibile garantire quel livello di servizio — consegne in sei settimane — che è da sempre un punto di forza dell’azienda. «A distanza non si riusciva a fornire nemmeno il post vendita e la componentistica», spiega Radrizzani. La soluzione è stata investire direttamente sul posto, con una presenza locale in grado di rispettare i tempi stretti che il mercato agricolo richiede: la nuova sede è in fase di realizzazione.

Una cultura della coabitazione
Ma come funzionano i rapporti tra 1500 dipendenti sparsi per il mondo? Il modello di ADR non è l’integrazione culturale nel senso classico, ma qualcosa di diverso: «Preferiamo parlare di coabitazione. Ci piace che ogni nazione mantenga le proprie caratteristiche. Festeggiamo lo Spring Festival, il Carnevale brasiliano, il 14 luglio francese» E la contaminazione tra filiali produce risultati concreti: soluzioni nate in Francia adottate in Cina, pratiche indiane migrate in Polonia. «Abbiamo un polacco in Australia, cinesi in India, un rumeno in Francia, un italiano in Polonia. Dove troviamo competenze e voglia di fare, diamo la possibilità di farlo».
La sede però resta senza esitazioni in Italia: di più, restare a Uboldo è stata una scelta voluta e consapevole. «Fare l’imprenditore in Italia è difficile, per il cuneo fiscale, per il costo dell’energia, per la mancanza di supporto all’innovazione. Ci siamo posti il problema, abbiamo valutato l’ipotesi di spostare la sede in un altro paese, come hanno fatto altri. Ma siamo legati al territorio e siamo orgogliosi di poter dire in giro per il mondo che la nostra è un’azienda italiana».

Agricoltura: il settore che non passa mai di moda
Il settore agricolo, che a molti sembra antico, è in realtà il cuore strategico del gruppo: è a loro, e più precisamente all’industria agricola che utilizza grandi mezzi meccanici, che il loro componenti si rivolgono. Un settore che non conosce grandi crisi: «Mangiare si mangia sempre – dice Radrizzani con pragmatismo – E malgrado si abbia dell’agricoltura un’idea antica e ci si immagini l’uso di strumenti obsoleti, oppure sempre quelli, le macchine agricole sono tra le più tecnologiche che esistano, c’è più innovazione lì che in molti altri settori. In Italia non se ne rende conto nessuno, ma Francia e Germania hanno capito da tempo che il settore primario non si chiama così per niente, e i governi lo sostengono con politiche specifiche» un settore solido, perciò, specialmente in un’ottica mondiale. «Per questo abbiamo preferito rivolgerci a quel settore, quando il boom edilizio è andato scemando. Di certo, ci siamo sempre tenuti a distanza dall’automotive, con le sue logiche di subfornitura e margini compressi, preferendo prodotti customizzati e relazioni dirette con i clienti».
La quarta generazione e il futuro
Sul futuro della governance familiare, Radrizzani è lucida senza essere romantica. «Speriamo che qualcuno della quarta generazione resti in azienda. Ma siamo anche consapevoli che se non ci sono le persone giuste, o se nessuno dei nostri figli è interessato a portare avanti l’azienda, è meglio managerializzare o anche vendere. In azienda lavorano 1.500 famiglie: non possiamo permetterci egoismi».
La prossima puntata di Materia d’Impresa è giovedì 26 marzo alle 14:30: protagonista sarà Milena Maesani di Studio Enso di Vedano Olona, per parlare di restauro d’arte.
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