Centri urbani per turisti e alto reddito. Le famiglie traslocano in periferia
La trasformazione delle città in piattaforme di rendita sta espellendo le famiglie dai centri urbani per fare spazio a turisti e residenti ad alto reddito. L'urbanista Elena Granata denuncia il rischio di città sempre più ricche, ma sempre meno abitate
«La più grande trasformazione delle nostre città è il passaggio dalla città come progetto di vita alla città a ore, come se fosse un albergo». Elena Granata, professoressa al Politecnico di Milano, è una visionaria e come tale usa immagini potenti, in grado di scuotere chi la ascolta. Con l’immagine della “città albergo” l’urbanista ha accolto il pubblico intervenuto alla Camera di Commercio di Como – il luogo ideale per parlare di questo argomento – per ascoltare la sua lectio magistralis dedicata al tema “Progettare luoghi per costruire comunità”.
L’intervento dell’urbanista ha preso spunto anche dal caso comasco, ma a ben guardare riguarda l’intero Paese. «Quello che sta accadendo a Como – ha spiegato Elena Granata – non accade solo qui». Dinamiche simili attraversano città diverse, da Firenze a Venezia fino a Roma. Processi in cui la città rischia di trasformarsi da spazio di vita a piattaforma economica.
Secondo Granata la trasformazione più radicale riguarda proprio il modo in cui guardiamo alla città. Non più luogo di appartenenza e relazioni, ma merce. «È merce l’abitare, il lavoro, il tempo libero, perfino le relazioni sociali». Un cambiamento che produce effetti concreti, a cominciare dalla monetizzazione del tempo nei luoghi pubblici – come accade in quei bar che limitano il tempo di permanenza dei clienti – per arrivare alla trasformazione della casa in puro asset economico.
ATTRATTIVITÀ NON SIGNIFICA ACCOGLIENZA
Il risultato è una nuova gerarchia urbana. I turisti sono i più desiderati perché garantiscono rendita rapida attraverso gli affitti brevi. Seguono studenti e single. Ultime, e sempre più espulse dai centri urbani, le famiglie con figli. «Oggi il soggetto più fragile nelle grandi città – ha osservato la docente del Politecnico – è la famiglia del ceto medio con bambini», perché è quella che domanda servizi, scuole, spazi pubblici e qualità urbana.
Da qui la distinzione tra due parole spesso confuse: attrarre e accogliere. Le città competono per attrarre capitali, visitatori e investimenti, ma faticano ad accogliere chi vuole costruire un progetto di vita. Il rischio è quello di città sempre più selettive, frequentate da chi può permettersele e sostenute dal lavoro di persone costrette a vivere lontano.
LA CITTÀ SPUGNA
Granata ha poi affrontato il tema ambientale con un secondo passaggio chiave, quello «dalla città di pietra alla città spugna». Le città costruite su cemento e asfalto non sono più adatte ad affrontare le sfide della crisi climatica. Servono invece modelli urbani capaci di assorbire acqua, ridurre il calore e integrare la natura nello spazio urbano. Tra le proposte, la cosiddetta regola del 3-30-300, ovvero tre alberi visibili dalla finestra di casa, il 30% di copertura arborea nel quartiere e un parco entro 300 metri dall’abitazione. Un criterio semplice che ribalta la logica tradizionale degli standard urbanistici e introduce un nuovo principio, il diritto di ogni cittadino alla prossimità con la natura.
LO SPAZIO CI FA CITTADINI
Il terzo passaggio riguarda invece lo spazio pubblico. Le città moderne sono state costruite per “scatole”. La scuola per l’educazione, l’ospedale per la salute, il parco per il verde. Ma oggi i bisogni sono più complessi e richiedono luoghi ibridi e integrati. Granata ha citato esempi concreti, come i giardini terapeutici negli ospedali o progetti culturali che trasformano spazi chiusi in luoghi aperti alla comunità. È qui che entrano in gioco i placemaker (gli inventori dei luoghi che abiterem0), figure capaci di reinventare gli spazi e creare nuove relazioni tra funzioni diverse. Perché lo spazio non è neutrale. «Lo spazio ci fa comunità, ci fa cittadini».
LA DIVENTITÀ
La riflessione finale guarda al futuro. Granata propone di superare l’ossessione per l’identità dei territori e concentrarsi invece su quella che definisce “diventità”, ciò che una comunità vuole diventare. Una domanda che riguarda anche le città turistiche come Como: vivere di rendita sfruttando il turismo oppure costruire un progetto urbano capace di tenere insieme economia, ambiente e qualità della vita?
La sfida, conclude l’urbanista, è immaginare città dove esistano ancora spazi gratuiti e condivisi: «Luoghi in cui essere cittadini prima che consumatori».
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