Quando una città ti resta addosso. Perché l’università può cambiare il destino dei piccoli centri
La ricerca di Chiara Mauri, professoressa della Liuc di Castellanza, sul legame tra studenti universitari e città sotto i 100 mila abitanti
Che tipo di legame nasce tra gli studenti universitari e le piccole città che li ospitano? Le università possono contribuire a trasformare un comune sotto i 100 mila abitanti in una vera university city, grazie a strategie urbane mirate, a un’identità accademica riconoscibile e a una relazione quotidiana tra studenti e territorio. In questo processo contano anche la sintonia personale degli studenti con il contesto urbano, un elemento che incide sull’attaccamento al luogo e sulle future scelte di vita e di lavoro.
È da queste riflessioni che prende avvio la ricerca coordinata e presentata da Chiara Mauri, professoressa dell’università Liuc di Castellanza, nel corso del workshop internazionale “Tourism Destinations: Present and Future Agenda”, tenutosi il 19 gennaio scorso all’università della Valle d’Aosta.
La ricerca sviluppata insieme a Vittoria Marino e Mario D’Arco, rispettivamente professoressa ordinaria e ricercatore dell’Università del Sannio, analizza il ruolo delle università come mediatori tra studenti e città, concentrandosi sulle realtà urbane con meno di 100 mila abitanti e sul modo in cui l’esperienza universitaria può tradursi, più o meno, in un legame duraturo con il territorio e diventare così un volano per il territorio. (nella foto la festa dei neolaureati alla Liuc)
Professoressa Mauri, quali sono gli aspetti principali di questa ricerca?
«Il tema che abbiamo scelto lo avevamo già presentato a Londra nel 2025, ma quello era stato un primo round. In quell’occasione avevamo intervistato poco meno di 300 studenti,. Successivamente abbiamo ampliato il campione arrivando a 424 rispondenti, un numero significativo. Abbiamo selezionato tutti i comuni italiani sede di università con meno di 100.000 abitanti, da Ancona, che conta circa 98.000 abitanti, fino a Camerino, che ne ha circa 6.000».
Qual è la domanda di fondo che vi siete posti?
«Ci siamo chiesti se e in che modo le università possano essere così determinanti da rendere una città una “university city”, come viene definita in letteratura, o comunque parte di uno “student city field”, come sta accadendo in alcuni Paesi europei. In alcuni casi, anche in Italia, si parla di university city quando il numero degli studenti arriva a rappresentare circa il 30% della popolazione residente».
Su quali città si è concentrata l’indagine empirica?
«Abbiamo intervistato studenti di tre città: Castellanza, Aosta e Benevento. La scelta è stata dettata da motivi di prossimità e collaborazione tra i docenti coinvolti nella ricerca. Ottenere la partecipazione degli studenti non è semplice e avere un contatto diretto con le sedi universitarie è stato fondamentale per far circolare il questionario».
Qual è il framework teorico alla base dello studio?
«L’elemento centrale è l’attaccamento al luogo: ci interessa capire se gli studenti, siano essi residenti, pendolari o fuori sede, sviluppino un legame con il territorio in cui studiano. Questo attaccamento è determinato da tre fattori principali. Il primo riguarda ciò che fa la città per creare un senso di attaccamento, quindi le strategie urbane rivolte agli studenti. Il secondo è l’identificazione con l’università: se gli studenti si sentono parte dell’ateneo, se ne condividono il DNA, se sviluppano un senso di appartenenza. Il terzo elemento è la self-congruity, cioè il grado di sintonia tra l’immagine che lo studente ha di sé e l’immagine, anche stereotipata, del luogo».
Perché questi fattori sono determinanti e che cosa emerge dall’analisi delle risposte?
«Perché sono leve che determinano l’attaccamento al luogo e, di conseguenza, sul desiderio di restare in città a lavorare dopo gli studi e sul passaparola positivo. C’è un effetto reputazionale molto forte: chi sviluppa un legame emotivo parla bene della città, chi non lo sviluppa tende ad allontanarsene. Dall’analisi dei dati emerge che più la città sviluppa strategie rivolte agli studenti, considerandoli destinatari specifici delle politiche urbane, più cresce il senso di appartenenza alla città. Se invece la città non fa nulla per questa popolazione, il legame non si crea. Non è così scontato che le amministrazioni considerino gli studenti come una risorsa, anche se non sono residenti stabili. In questo processo l’università gioca un ruolo fondamentale perché è un mediatore. Deve sviluppare un forte senso di appartenenza interno, verso studenti e personale, perché questo atteggiamento positivo si trasferisca anche al luogo che la ospita. Un esempio che può sembrare banale, ma non lo è, riguarda il modo in cui un docente universitario si firma. Talvolta utilizza solo nome e cognome; altre volte, accanto al nome, compare anche il riferimento all’ateneo, come “Liuc-Università Cattaneo”».
Non basta dunque che l’università abbia una grande reputazione per creare questo legame?
«Non basta. Se uno studente si identifica fortemente con l’università ma non con la città, perché manca il punto di collegamento con il territorio, tende a usare il nome dell’ateneo come leva per andare a lavorare altrove. In questo caso l’effetto sull’attaccamento al luogo è addirittura negativo».
In che direzione dovrebbero muoversi le istituzioni locali e quali azioni compiere?
«Le principali sono quattro: la necessità di collaborazione tra università e governance urbana per creare iniziative che stimolino connessioni emotive, l’importanza di un city branding che risuoni con gli stili di vita degli studenti, la valorizzazione delle opportunità lavorative locali e il posizionamento delle piccole città universitarie come estensione dell’esperienza universitaria stessa».
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