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Un altro modo di fare economia è possibile. E funziona

Mauro Frangi, presidente di Confcooperative Insubria, riflette sul modello cooperativo come risposta strutturale alle fragilità sociali ed economiche del nostro tempo

Assemblea Confcooperative Insubria

Si è appena chiuso l’Anno Internazionale delle Cooperative, voluto dalle Nazioni Unite per ribadire che “le cooperative costruiscono un mondo migliore”. Un riconoscimento che non ha solo valore simbolico, ma che richiama con forza l’attualità di un modello economico capace di coniugare sviluppo, lavoro di qualità e coesione sociale.
Mauro Frangi, presidente di Confcooperative Insubria, apre una riflessione per comprendere perché l’economia cooperativa rappresenti oggi una risorsa strategica per i territori di Varese, Como e dell’intera Insubria.

Presidente, cosa rappresenta la chiusura dell’Anno internazionale delle cooperative?
«È un passaggio importante, perché afferma in modo esplicito che esiste un modo diverso di fare impresa. Le cooperative dimostrano che competitività, lavoro di qualità e coesione sociale possono convivere. Non sono un residuo del passato né un soggetto marginale, ma una risorsa strutturale per generare sviluppo senza consumare persone e territori».

In che contesto economico si inserisce oggi questo modello?
«Viviamo una fase storica in cui il modello economico dominante mostra limiti evidenti: disuguaglianze crescenti, lavoro povero, sfiducia nelle istituzioni. Non sono effetti collaterali, ma il risultato di un sistema sbilanciato sulla rendita e sulla finanziarizzazione, sempre più distante dall’economia reale e dai bisogni delle comunità».

Questo vale anche per territori dinamici come l’Insubria?
«Assolutamente sì. Varese, Como e l’Insubria sono territori attrattivi, capaci di richiamare investimenti, competenze e turismo. Ma queste dinamiche convivono con precarietà lavorativa, difficoltà di accesso alla casa, invecchiamento della popolazione e crescente pressione sui servizi di prossimità. È uno sviluppo che cresce, ma fatica a includere e a garantire futuro».

Si può rispondere a queste fragilità con più assistenza pubblica?
«No, sarebbero solo scorciatoie pericolose. L’assistenza non può sostituire lo sviluppo. Serve un modello capace di generare valore reale e duraturo, non di tamponare le contraddizioni di un sistema che produce esclusione.

Recentemente anche Papa Leone XIV è intervenuto su questi temi.
«Ha pronunciato parole molto chiare, che vanno oltre la dimensione religiosa. Ha parlato di un’economia che tratta gli uomini come merce, definendola “un’economia distorta”. Non ha proposto una metafora. Ha espresso una diagnosi. Quando l’uomo diventa un mezzo e non il fine, non siamo solo di fronte a un problema etico, si inceppa lo sviluppo stesso, aumentano le disuguaglianze e i territori si impoveriscono».

In questo scenario, qual è il valore aggiunto delle cooperative?
«Le cooperative non si limitano a redistribuire valore, ma lo generano in modo diverso. Mettono al centro le persone e i loro bisogni, producono lavoro stabile, servizi essenziali, cura, inclusione e coesione sociale. Anche nella finanza operano per costruire valore duraturo nei territori, come fanno le banche di credito cooperativo.

Qual è il loro ruolo nei territori?
«Tengono insieme economia e società. Operano nel mercato assumendo una responsabilità pubblica, come previsto dall’articolo 45 della Costituzione. E lo fanno ogni giorno, anche a Varese. Non per ideologia, ma per responsabilità. Creano occupazione stabile, reinvestono localmente, costruiscono patrimoni intergenerazionali e intervengono dove il mercato arretra e lo Stato fatica a essere tempestivo, ma sempre come imprese, non come soggetti assistenziali».

Anche l’Europa sembra riconoscere questo ruolo.
«L’Unione Europea ha affidato alle imprese dell’economia sociale, e in primo luogo alle cooperative, una missione chiara: contribuire allo sviluppo costruendo un’economia autenticamente al servizio dei cittadini. Senza cooperative non esiste una risposta credibile alle grandi transizioni ecologica, digitale e demografica».

Cosa serve ora in Italia?
«Serve che questa visione trovi piena attuazione. Il Piano nazionale per l’economia sociale non può essere un adempimento formale. Deve riconoscere il ruolo trasformativo dell’economia sociale, facilitare l’accesso al credito, sostenere l’innovazione e rafforzare l’intero ecosistema come attore strategico dello sviluppo. La vera transizione necessaria è quella verso un’economia più giusta, capace di includere e non di escludere, di valorizzare le persone e non di consumarle».

E a livello locale?
«Le politiche di sviluppo non possono prescindere dal contributo delle cooperative. Le iniziative avviate in provincia, dalla gestione delle crisi d’impresa alla riflessione su un modello di sviluppo sostenibile, vanno in questa direzione. Nei primi mesi dell’anno una ricerca promossa proprio dalla Camera di Commercio proverà a delineare la consistenza e il peso dell’economia sociale in provincia. Un primo passo per ragionare insieme di quali politiche di sviluppo servano ai nostri territori e alle nostre comunità e di come l’economia cooperativa e sociale possano aiutare i cittadini e i territori. Riconoscere il peso dell’economia sociale significa costruire risposte concrete per i cittadini e per il futuro delle nostre comunità».

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Pubblicato il 09 Gennaio 2026
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