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La partigiana Bruna compie 94 anni: “Dobbiamo imparare a non essere indifferenti”

Nata il 31 gennaio 1928 ad Argelato, si unì alla Resistenza nella primavera del 1944, all'età di 16 anni. Nel gennaio del 1945 fu incarcerata nel carcere bolognese di San Giovanni in Monte, dove fu detenuta fino al 23 aprile 1945

Generica 2020

Ha soffiato oggi 94 candeline di età in compagnia di amici e dell’Anpi Saronno Ivonne Trebbi, la partigiana nota con il nome di battaglia di Bruna. Nata il 31 gennaio 1928 ad Argelato, in provincia di Bologna, si unì alla Resistenza nella primavera del 1944, all’età di 16 anni.

All’anagrafe è registrata come Ivanne: il Fascismo infatti non accettava nomi stranieri, il padre quindi, d’accordo con l’impiegato dell’anagrafe, italianizzò il nome cambiando una vocale. «Sono nata e ho cominciato a far politica», è solita affermare a riguardo Trebbi, da anni residente a Saronno.

Al recente congresso provinciale varesino di Anpi, Trebbi mandato un messaggio rivolto a tutti i delegati presenti: «Cari amici e compagni, la nostra funzione di Anpi non è ancora terminata, perché sono in giro vecchi e nuovi fascisti, che si richiamano ai vecchi pensieri. Anche se c’è la costituzione repubblicata che proibisce il risorgere del Fascismo, abbiamo purtroppo in Italia organizzazioni che si chiamano Dora, Forza Nuova, che tentano ancora di riprendere le redini del nostro paese. Ecco perché è più che mai necessario oggi, metterci tutti insieme per impedire la rinascita del fascismo, che è stata per il nostro paese un’esperienza terribile. Ricordatevi sempre chi era Mussolini, che ha compresso tutte le libertà, imprigionato tante persone. Oggi è il momento dell’orgoglio partigiano, ricordatevelo sempre, perché dobbiamo imparare dalla storia e dobbiamo imparare a non essere indifferenti di fronte ai problemi di tante persone. No alle guerre e no alla rinascita del Fascismo».

La partigiana Ivonne Trebbi scrive a Draghi sui diritti delle donne e il Presidente le risponde

Da partigiana Trebbi faceva parte del “Gruppo di difesa della donna” di Castel Maggiore e uno dei suoi compiti era quello di creare difficoltà alle colonne di carri tedeschi e fascisti che portavano rifornimenti al fronte, ad esempio invertendo l’ordine dei cartelli che indicavano la direzione. Il 5 gennaio 1945 venne arrestata, incarcerata e picchiata nel carcere bolognese di San Giovanni in Monte, dove fu detenuta fino al 23 aprile 1945.

Dal 1979 al 1987 è stata deputata del Partito Comunista Italiano. Nell’aprile 2020 è stata pubblicata la sua autobiografia dal titolo “Ivonne, una vita da partigiana”. Proprio in questo libro, Trebbi ha descritto la scelta che l’ha portata ad unirsi alla resistenza.

Un estratto dal libro “Ivonne, una vita da partigiana”:

Un giorno del ’43, arrivarono i Carabinieri per annunciare alla mamma di una famiglia, che abitava dove abitavo io, che il figlio era morto in guerra, da eroe. Si diceva: Cosa vogliono i Carabinieri? Perché erano sempre in giro, o per arrestare o per annunciare, come in quel caso, che qualcuno era morto. Il dolore così intenso commosse tutti noi del caseggiato. Avevo 15 anni e già capivo la gravità della situazione e in me cresceva l’odio per la guerra e per il Fascismo.

Il 25 luglio il governo Mussolini cadde, tutti a gridare: “È finita la guerra!”, in un delirio infinito. Ma non era finita la guerra. La guerra finisce con l’8 settembre del 1943, quando l’Italia firma l’armistizio. Il re e molti gerarchi scapparono vergognosamente, lasciando l’esercito con migliaia di militari abbandonati a se stessi. Intanto ebbe inizio l’invasione dell’Italia da parte delle truppe tedesche.

Ero sulla strada in bicicletta, stavo andando in paese a fare la spesa. Fui costretta a fermarmi, impalata, perché da questa parte del Po arrivavano i tedeschi con dei camion, con i carri armati. Si erano fermati per tentare di beccare quei ragazzi che, essendosi l’esercito squagliato visto che i capi erano scappati, cercano di tornare a casa loro. Cosa potevano fare? Si nascondevano dove potevano, giravano di notti e si rivolgevano alle famiglie per farsi dare pantaloni rotti, anche pigiami, qualsiasi cosa.

Le truppe tedesche facevano prigionieri e chi si ribellava veniva fucilato sul posto, altri venivano raggruppati e inviati subito in Germania. I soldati, allo sbando, tentavano di raggiungere le leoro famiglie. Aiutarli, nasconderli nelle stalle dei contadini, dar da mangiare, dare loro i vestiti borghesi, diventò per me il primo atto di adesione alla Resistenza, gradatamente trasformato in amore per la pace, la libertà, la giustizia sociale, in una scuola di democrazia e di solidarietà. Ecco come è cominciata la mia attività di partigiana.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 31 Gennaio 2022
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