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Vetrine sempre più digitali, decisioni ancora analogiche: per le imprese del commercio è il momento di una nuova transizione

Com’è cambiato l’approccio al digitale delle aziende del terziario dopo la pandemia? Per quali attività ci si affida alla tecnologia? La fotografia del settore in un’indagine di Cà Foscari per Confcommercio Varese

Confcommercio varie

Pensate a un ristoratore o a un albergatore. O più in generale a un commerciante che si sente dire: «Non è finita con la pandemia. Se vuoi rimanere sul mercato ora devi essere pronto ad affrontare una transizione, anzi, due, prima quella digitale e poi quella ecologica. Anzi, forse tutte e due contemporaneamente». Di fronte a questo scenario qual è l’atteggiamento che immaginiate possa avere un imprenditore del terziario? 
La risposta la dà in modo preciso e realistico la ricerca sul livello di digitalizzazione delle imprese terziarie condotta dal professor Alessandro Minello, dell’Università Cà Foscari di Venezia, in collaborazione con EconLab Research Network per conto di Confcommercio Varese.

IL FUTURO È PRUDENZA

Il 60% del campione, composto di 300 imprese, di cui il 90% è costituito da microimprese, alla domanda quale fosse la propensione all’introduzione in azienda di nuove tecnologie digitali, ha dato una risposta prudenziale: «Quando siamo certi che siano adatte a risolvere specifiche esigenze aziendali».
 Questo non significa che i commercianti della provincia di Varese non abbiano integrato tecnologie digitali, ma lo hanno fatto solo con uno sguardo rivolto verso l’esterno, più attento agli aspetti comunicativi e di marketing, molto meno verso l’interno per modificare l’assetto organizzativo e il modello di business. Cioè si sono fidati di quello che già conoscevano. Poi c’è un buon 27% degli imprenditori intervistati che si ritiene sempre aggiornato e pronto a sperimentare e un 10% che invece si aggiorna solo quando è sicuro che le nuove tecnologie già le usano anche gli altri e un 3,5 % che rimane diffidente ad oltranza.

IL DIGITALE NEL TURISMO E COMMERCIO 

Se si guarda ai settori, sia il turismo che il commercio hanno ampi margini di digitalizzazione sul alcuni processi aziendali. Per esempio, se oltre il 96% degli intervistati ha una linea internet, nel turismo solo il 42% utilizza le prenotazioni online e più in generale il 47,9% è propenso a utilizzare strumenti digitali nella gestione complessiva dei processi aziendali. Nei servizi solo il 48% è solito far uso di campagne marketing e comunicazione online, nonostante la propensione all’utilizzo del digitale sfiora l’83%. La maggior parte delle imprese affida i processi decisionali, l’assistenza post vendita e la logistica a gestioni prevalentemente non digitali. Di contro la gestione digitale della contabilità e finanza, il marketing e la gestione del personale supera il 50%.
La pandemia ha certamente generato una risposta rispetto al digitale con un potenziamento degli strumenti già esistenti (62,9%) ma con una scarsa implementazione di nuovi: solo l’1% dice di avere aumentato totalmente il proprio livello di digitalizzazione.

NON LASCIARE SOLE LE IMPRESE

La fotografia scattata dalla ricerca di Confcommercio indica da una parte una mutata propensione al rischio delle imprese e dall’altra la necessità, nemmeno troppo nascosta, degli imprenditori di essere accompagnati in questo percorso, tutt’altro che lineare e facile. Sentimenti che Rudy Collini, presidente dell’associazione di categoria e a sua volta imprenditore del commercio, conosce molto bene. «Le imprese non vanno lasciate sole – ha detto Collini – e il ruolo dell’associazione è di accompagnarle nell’orientamento al rischio, mentre il sistema nel suo complesso, comprese le istituzioni, deve aiutare le imprese a ridurre l’incertezza e a costruire una nuova esperienza del prodotto e del suo acquisto».

L’OPEN INNOVATION 

C’è una base su cui si può già lavorare ed è l’indice di digitalizzazione che per le imprese della provincia di Varese si colloca al 6,5%, mediamente più alto di altri territori dove è stata condotta la ricerca tra cui Treviso (5,8%) e le province piemontesi di Vercelli, Vco, Novara e Biella (5,2%). 
È vero, come ha fatto rilevare Davide Boldrini di Ascom Luino, che la percezione che hanno le imprese di se stesse può essere falsata rispetto a una realtà ben più povera rispetto all’utilizzo dei nuovi strumenti, ma rimane il fatto che quella percezione è un segnale dell’importanza che il digitale ricopre nella loro idea di business. «Questo indice – ha spiegato Alessandro Minellosegnala una consapevolezza tra le imprese intervistate dell’importanza del digitale. Occorre creare una cultura digitale diffusa e lo strumento è quello dell’open innovation. L’impresa non è la depositaria di segreti, ma si deve aprire al territorio e in questo va aiutata da tutti i portatori di interesse perché l’innovazione digitale, rispetto al passato che non tornerà, è più rischiosa».

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 02 Dicembre 2021
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