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A “remènch”, in transumanza con i pastori lombardi: il nuovo lavoro fotografico di Carlo Meazza

"Ramènch" raccoglie il lavoro dei due anni che Carlo Meazza ha trascorso a contatto con molti pastori lombardi durante la transumanza

Generica 2020

Fotografia, giornalismo, ricerca antropologica e attenzione verso un’antichissima tradizione: questi sono i molteplici aspetti che animano il nuovo libro fotografico di Carlo Meazza, Remènch – transumanza in Lombardia, edito da una casa editrice di Gallarate (Publinova edizioni negri).

Il termine “remènch” significa propriamente andare a ramingo, che per noi può avere un’accezione negativa, ma non per i pastori. «Per loro è il periodo di fine estate, quando in pianura si pascola di prato in prato. Volevo intitolarlo A ramingo ma, ascoltando una conversazione divertente tra due pastori – padre e figlio -, il padre non sapeva cosa volesse dire al punto che il figlio ha dovuto tradurlo in dialetto: ho voluto rimanere il più possibile fedele al loro mondo».

Tra fotogiornalismo e antropologia

«Ho seguito per due anni circa dieci greggi in Lombardia nelle province di Varese, Bergamo, Brescia e Cremona, e nelle montagne della bergamasca e della Valtellina, tra l’autunno del 2017 e quello del 2019: volevo raccontare tramite immagini e interviste i tanti pastori che ho incontrato», racconta il fotografo. «Mi hanno spiegato le ragioni che li spingono ad amare il loro lavoro e ad affrontare le difficoltà che incontrano giorno dopo giorno», d’altronde si tratta di una vita che, agli occhi di molti nel 2020, sembra davvero ancorata a un mondo antico e rurale che sta scomparendo.

Difficile da definire, il libro non è composto solo da immagini e interviste ai contadini, però: Remènech ha anche un approccio scientifico, a tratti antropologico. «All’interno ci sono molti testi di professori e studiosi: l’introduzione è a cura del professor Enzo Laforgia; ci sono poi un testo di un musicologo sui campanacci in montagna, Giovanni Mocchi,  un contributo della professoressa Anna Carissoni sul linguaggio Gai (antica lingua segreta usata dai contadini bergamaschi e bresciani). Ci sono, infine, dei testi della scrittrice gallaratese Marta Morazzoni e di Lucia Maggiolo, contadina e studiosa di culture nomadi».

«Credo che il libro – continua – abbia una sua importanza, perché cerca di raccontare a livello antropologica la vita di queste persone – uomini, donne, giovani e vecchi – e che, spero, rimarrà negli anni un punto di riferimento per il nostro territorio, ancora legato alla tradizione contadina».

C’è anche un capitolo dedicato agli artigiani e alla loro produzione di vestiario e di strumenti per i contadini: il mondo contadino lombardo viene affrontato in tutta la sua interezza, «un mondo che ha segnato la storia della Lombardia e che resiste ancora oggi».

Essere pastori nel Ventunesimo Secolo

Nei suoi viaggi Meazza ha incontrato tanti pastori, riscontrando una certa eterogeneità a livello di genere e d’età. «Ho incontrato sia pastori uomini che donne. Alcuni di loro hanno più di settant’anni, come Walter Binda, di Brebbia: con lui siamo alla terza generazione di transumanza; ho parlato anche con molti ragazzi figli o nipoti di pastori bergamaschi e bresciani: sono la tradizione che resiste al tempo».

Meazza afferma che si rimane stupiti quando dei ragazzi, nel 2020, fanno questa scelta, perché ci si rende conto di avere a che fare con un lavoro che sta scomparendo se si guardano solo i pastori anziani. La loro, però, «è una scelta consapevole – precisa – e di vita, che viene assorbita da quel lavoro: magari inconsciamente è anche una scelta ecologica, dove a dettare i ritmi lavorativi sono la lentezza, la stagione e la terra».

Sono dei paradigmi che, ormai, per chi vive in città sembrano quasi non incidere per nulla sul proprio lavoro o sulla vita, mentre per i pastori è diverso: ciò li spinge ad acquisire, nel corso del tempo, delle ottime competenze in botanica, veterinaria, meteorologia, oltre a delle invidiabili conoscenze topografiche davvero preziose.

«Hanno una cultura smisurata: io li ritengo culturalmente impegnati perché amano quello che fanno e si impegnano molto. Stando con loro sono stato emotivamente coinvolto, spesso sono stati in grado di risollevarmi l’umore nel tempo trascorso insieme, immersi nella natura». Dietro al loro lavoro, poi, spesso non si vede, ma c’è un impegno continuo, «dato che le pecore mangiano in continuazione e richiedono spostamenti molto frequenti di prato in prato».

Meazza aggiunge che «non sembrano mai annoiati, forse è dovuto al lavoro all’aria aperta, a contatto con la natura e gli animali»: questo è uno degli aspetti che più ha colpito il fotografo. In più sono liberi, perché «rispondono solo ai loro animali».

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 22 Dicembre 2020
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