Airoldi: “Co-housing, doveroso puntualizzare alcune cose”

Nota del candidato sindaco del Pd, Tu@Saronno e lista civica Airoldi sindaco in risposta alla comunicazione del capogruppo leghista Angelo Veronesi che ha annunciato il via al progetto di co-housing nella palazzina X2 nel Quartiere Matteotti

Generico 2018

Nota del candidato sindaco del Pd, Tu@Saronno e lista civica Airoldi sindaco in risposta alla comunicazione del capogruppo leghista Angelo Veronesi che ha annunciato il via al progetto di co-housing nella palazzina X2 nel Quartiere Matteotti

Il co‐housing approda a Saronno nella palazzina X2 del Matteotti

Il capogruppo consiliare della Lega Nord, Veronesi, ha recentemente annunciato alla stampa, non senza squilli di tromba: ”arriva il co-housing sociale”
Esiste il co-housing ed esiste l’housing sociale, ma sono due cose diverse e distinte.
 Sembra di capire dal testo che è al secondo che si riferisce Veronesi, cioè ad interventi che svolgono la funzione di ridurre il disagio abitativo di individui e nuclei familiari in difficoltà, ovvero non in grado di accedere alla locazione di alloggi nel libero mercato” (Decreto ministero infrastrutture del 22 aprile 2008). Infatti si parte da uno stabile comunale e ci si rivolge a persone o famiglie svantaggiate (“Un servizio che consente di rafforzare i cittadini in condizioni di fragilità ed evitare che la situazione peggiori.”), per le quali viene probabilmente redatto contestualmente (non lo dice Veronesi, ma è auspicabile e probabile che ciò avvenga) un progetto da parte dei Servizi Sociali finalizzato a risolvere, in tempi più o meno lunghi, la situazione di criticità.
Altra cosa è il co-housing, che viene definito come una comunità di persone in cui coesistono spazi privati e spazi comuni. La coabitazione viene organizzata con la collaborazione dei soggetti stessi attraverso la progettazione partecipata, l’individuazione dei servizi collettivi e la gestione delle attività interne.

Dal punto di vista dell’iter progettuale, le due realtà si differenziano per molti aspetti, primo tra tutti il livello di “partecipazione” dei futuri fruitori: il cohousing pone tra i suoi punti fondamentali il processo partecipato che vede i coabitanti in una posizione paritaria ed attiva nelle scelte e nelle decisioni per l’organizzazione del cohousing stesso, mentre nel social housing figure professionali preparate procedono alla progettazione ponendo alla base l’interesse ad appagare le necessità dei fruitori .

Anche gli spazi sono diversamente progettati: il cohousing, prevede case o appartamenti unifamiliari, di solito dislocati lungo una strada comune o intorno ad un cortile centrale. Fondamentale importanza viene data agli spazi comuni che occupano gran parte dello spazio progettato, integrano gli appartamenti privati e vengono favoriti rispetto ad essi; nel social housing, invece, gli spazi dell’edificio vengono concepiti seguendo le regole della flessibilità e temporaneità per modellarsi sulle necessità di fruitori sempre diversi.
Dall’annuncio di Veronesi sembra anche di capire che nel social housing di cui si parla dovrebbero trovare alloggio anche fragilità fisiche importanti (“disabili e pazienti dimessi da particolari cure in ospedale che mancano di un nucleo familiare”). E’ evidente che in tale caso il progetto non potrà non includere anche operatori per l’assistenza, il sostegno e l’aiuto, ivi compresa un’assistenza sanitaria per la quale dovranno essere conclusi opportuni accordi con le strutture sanitarie del territorio. Ma di ciò, Veronesi, non fa cenno.

Il capogruppo consiliare della Lega Nord, Veronesi, ha recentemente annunciato alla stampa, non senza squilli di tromba: ”arriva il co-housing sociale”
Esiste il co-housing ed esiste l’housing sociale, ma sono due cose diverse e distinte.
Sembra di capire dal testo che è al secondo che si riferisce Veronesi, cioè ad interventi che svolgono la funzione di ridurre il disagio abitativo di individui e nuclei familiari in difficoltà, ovvero non in grado di accedere alla locazione di alloggi nel libero mercato” (Decreto ministero infrastrutture del 22 aprile 2008). Infatti si parte da uno stabile comunale e ci si rivolge a persone o famiglie svantaggiate (“Un servizio che consente di rafforzare i cittadini in condizioni di fragilità ed evitare che la situazione peggiori.”), per le quali viene probabilmente redatto contestualmente (non lo dice Veronesi, ma è auspicabile e probabile che ciò avvenga) un progetto da parte dei Servizi Sociali finalizzato a risolvere, in tempi più o meno lunghi, la situazione di criticità.
Altra cosa è il co-housing, che viene definito come una comunità di persone in cui coesistono spazi privati e spazi comuni.

La coabitazione viene organizzata con la collaborazione dei soggetti stessi attraverso la progettazione partecipata, l’individuazione dei servizi collettivi e la gestione delle attività interne.
Dal punto di vista dell’iter progettuale, le due realtà si differenziano per molti aspetti, primo tra tutti il livello di “partecipazione” dei futuri fruitori: il cohousing pone tra i suoi punti fondamentali il processo partecipato che vede i coabitanti in una posizione paritaria ed attiva nelle scelte e nelle decisioni per l’organizzazione del cohousing stesso, mentre nel social housing figure professionali preparate procedono alla progettazione ponendo alla base l’interesse ad appagare le necessità dei fruitori .
Anche gli spazi sono diversamente progettati: il cohousing, prevede case o appartamenti unifamiliari, di solito dislocati lungo una strada comune o intorno ad un cortile centrale. Fondamentale importanza viene data agli spazi comuni che occupano gran parte dello spazio progettato, integrano gli appartamenti privati e vengono favoriti rispetto ad essi; nel social housing, invece, gli spazi dell’edificio vengono concepiti seguendo le regole della flessibilità e temporaneità per modellarsi sulle necessità di fruitori sempre diversi.
Dall’annuncio di Veronesi sembra anche di capire che nel social housing di cui si parla dovrebbero trovare alloggio anche fragilità fisiche importanti (“disabili e pazienti dimessi da particolari cure in ospedale che mancano di un nucleo familiare”). E’ evidente che in tale caso il progetto non potrà non includere anche operatori per l’assistenza, il sostegno e l’aiuto, ivi compresa un’assistenza sanitaria per la quale dovranno essere conclusi opportuni accordi con le strutture sanitarie del territorio. Ma di ciò, Veronesi, non fa cenno.
All’analisi della complessità del progetto che, se meglio chiarito, è senz’altro da sostenere, si preferisce proclamare: “come siamo bravi!” Come se non fosse esistito, fin dai tempi della Giunta Gilli, poi meglio articolato nel mandato di Porro, un accordo con Aler e Regione che destinava a residenzialità sociale il nuovo stabile del Matteotti.

Augusto Airoldi

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 13 Febbraio 2020
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